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Proprietà letteraria.

LIB. COM.
LIBERMA
SEPTEMBER 1929
17636

LA POESIA DEL DOLORE E G. LEOPARDI.

4-19229.6HW.

G. Leopardi è nella letteratura italiana colui che più di proposito e con più bella forma artistica ha trattato il tema del male e del dolore che affliggono e contristano il mondo, o, secondo la frase oggi più usata, la teoria del pessimismo. Tema, per altro, antichissimo e universale: frequente nella religione e nella filosofia indiana, dove Çakya-Mouni o il Bouddha proclamò le sue « quattro sublimi verità » del dolore umano e dell'annichilamento d'ogni nostro desiderio, come unico rimedio efficace; ' tema svolto maestrevolmente presso gli Ebrei nelle pagine dell'Ecclesiaste;? tema che ad ogni momento comparisce nei poeti e ne' filosofi greci e che fu soggetto a uno special libro (ora perduto) di Egesja;tema che riempie e signoreggia tutto il poema di Lucrezio. E benchè non siano mancati illustri e dotti apologisti dell'esistenza umana, intenti a giustificare pienamente il Creatore di tutte le cose, quali, p. es., S. Agostino, il Leibniz, il Rosmini," pur nondimeno sono cresciute, senza misura, le lamentazioni e le disperate dottrine circa il male e il do

A. FOUILLÉE, Hist. de la philosophie. Paris, 1883, pag. 11 e seg. 2 ALB. REVEL, Letteratura ebraica (Manuali Hoepli), pag. 212 e seg. 8 Cic., Tusc., I, 34.

* S. Agost., Confess., II, 20, Enchir., IX-XII. De lib. arbitr., III, 5, 8-15. De Cod., XI, 9. In Io. Trac., I, e tutti gli altri scritti contro i Moni. chei. G. G. LEIBNIZ, Essai de Théodicée. A. Rosmini, Teodicea, libri tre.

LEOPARDI.

a

lore. Quando il Leopardi scriveva i suoi primi canti, cioè nel 1818, Arturo Schopenhauer di Danzica pubblicava per la prima volta la sua grande opera Il mondo come volontà e come rappresentazione, che riduce a sistema il pessimismo. In Inghilterra il Byron e lo Shelley, in Germania il Heine, in Francia il Musset, ed altri molti prima e dopo il Leopardi, furon poeti del dolore. Più recentemente (1869) Edoardo Hartmann nella sua Filosofia dell'inconscio spinse all'ultime conseguenze i principii dello Schopenhauer.

Il Leopardi ha trattato questo tema in due forme, in poesia ed in prosa. I Canti e le Operette morali hanno, in sostanza, un medesimo intento : e non è da ammettere che nei primi, almeno in quelli dove più direttamente svolge le sue massime disperate, egli sia soltanto poeta; o che nelle seconde egli sia propriamente filosofo. Può anzi dirsi con verità che filosofeggia di quando in quando nei canti, e che quasi continuamente poeteggia nelle prose, rivestendo le sue massime di fantasie, d'immagini, d'esempi, e adoperando anche spesso la forma, in sè stessa poetica, del dialogo lucianesco. E lo conferma il fatto che la composizione di quei canti, dove più disvela le sue massime disperate, è ora contemporanea, ora posteriore alla composizione delle prose. Ebbe forse anch'egli l'intenzione di darsi interamente alla filosofia, e di ricercare le occulte ragioni del male universale, come sembrano accennare alcuni versi nel canto al Pepoli (v. 138 e seg.); ma o nol fece mai o solo per incidente lo fece, onde il nome di filosofo nel più alto senso della parola, come si conviene certo allo Schopenhauer, non si addice ugualmente al Recanatese.

Benchè il Leopardi, in una notissima lettera al

1 Vedi G. Barzellotti, A. Schopenhauer e G. Leopardi (N. Antol., 1° marzo 1881), S XVII.

De Sinner,' respinga sdegnosamente il parere di coloro che volevano « considerar le sue opinioni filosofiche come il resultamento delle sue personali sofferenze, > pur sembra cosa certa che il sentimento de' suoi dolori sia stata la causa principale per cui a poco a poco si fece del mondo un'idea così trista e sconsolante; tutt'al contrario dello Schopenhauer che, avendo sortito dalla natura buona salute e dalla fortuna sufficiente agiatezza, solo o principalmente dall'indole morale e da spirito speculativo venne condotto alle dolorose sue conclusioni.

Il Leopardi infatti, a causa specialmente degli assidui e troppo presto incominciati studi, non solo si fece deforme nella persona, ma si procurò una sensibilità morbosa, che gli produceva mali anche immaginari, gli rendeva più insopportabili le infermità da cui fu di frequente e lungamente tormentato, e lo rendeva intollerante alle intemperie delle stagioni e dei climi. Non trovò, di chiunque fosse la colpa, nei genitori quelle corrispondenze di soave affetto, che confortan la vita. Dovette condurre tutta la prima gioventù in un paese piccolo, ignorante, superstizioso dove il suo sapere era piuttosto deriso, che invidiato. Gli mancarono anche assai presto, e forse in parte per la troppa severità della sua famiglia, le consolanti credenze della religione. Pieno di incredibili illusioni, fomentate dalla debolezza della sua complessione e dall'aver vissuto sempre sui libri, non seppe poi gustare il mondo, quando vi potè entrare. L'amore non gli sorrise mai, per quanto ardentemente lo vagheggiasse: nè l'indole sua melanconica era la più atta per conciliargli amicizie. I tempi, in cui visse, avversi a qualunque idea liberale, i governi dispotici e sospettosi, l'oppressione straniera lo

1

Epistol., vol. II, num. 506 (Le Monnier, 1849).
2 Vedi G. MESTICA, Le poesie di G. L. Firenze, Barbèra, 1886, pag. xxix.

affliggevano grandemente e gli rendevano malagevole ottenere impieghi ed onori. Non potendo essere aiutato efficacemente dalla famiglia senza vivere in Recanati che egli odiava, fu costretto a lavorar pe’ librai ed aggirarsi nelle principali città d'Italia combattendo co' bisogni e co' desiderii. E se da ultimo fu largamente sovvenuto da un amico fedele, la salute ormai disfatta, il disgusto sempre crescente di tutte le cose umane, uno scetticismo giunto all'estremo, gl' impedirono di goder più un momento di quiete, finchè la morte, desiderata e temuta insieme, gli troncò l'esistenza a soli 39 anni.

Tanti patimenti veri od immaginari, che è lo stesso, furono dunque la causa prima delle sue disperate dottrine. E, come ha notato, fra gli altri, lo Zumbini, egli cominciò dal credere infelice sè stesso, passò quindi a credere infelice la società moderna, e felice, o meno misera, l'antica; e infine giudicò infelice l'uomo in qualunque luogo, in qualunque età, in qualunque condizione di vita. I quali tre passi scorgonsi anche nella sua poetica carriera, dall'Appressamento della morte fino alla Ginestra ed ai Paralipomeni.

Il concetto che serve di fondamento al così detto pessimismo (quale ci apparisce nello Schopenhauer e nel Leopardi) è, se si guardi con occhio sano, ingiurioso a Dio, all'uomo, alla natura ed anche, diciamolo pure, assurdo e contradittorio in sè stesso. L'esistenza fisica, l'intelligenza, la cognizione del vero, la innata aspirazione al proprio perfezionamento, che tutti i savi stimano beni e beni altissimi, per il pessimista sono male ed infelicità; onde il non esistere è il meglio, il non conoscere è pur qualche cosa di buono, il vero è tristo e spiacevole: e gli animali bruti, anzi le cose stesse inanimate sono o felici o meno infelici dell'essere

'B. ZUMBINI, Saggi critici. Napoli, 1876, pag. 108 e segg.

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