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chiamò un suo figliuolo di nove anni, e disse: Vieni, e menami alla chiesa. E 'l fanciullo ubbidì al padre; ma innanzi ch'egli uscisse di casa, l' ebbe nella sua camera, e disse: vien qua, figliuol mio, tu verrai meco alla chiesa, non ti partire da me; sederai dov'io, nell'entrata della porta, e quivi guarderai molto bene tutti uomini e donne che passeranno, e terrai a mente se niuno vi passa che mi guardi più che gli altri, o che rida, o che faccia alcuno atto verso me, e tieni a mente chi egli è; sapra’ lo tu fare? Dice il fanciullo: sì. Informato il fana ciullo, il cieco ed ello se n'andarono alla chiesa, e puosonsi alla posta loro. Il fanciullo, stando attento a' comandamenti del padre, stette tutta quella mattina alla mira di ciascheduno, e in brieve e' s'accorse che questo Iuccio, passando, avea affisato e sorriso inverso il cieco padre. Ed essendo venuta l'ora di tornare a casa a desinare, prima che salisse il cieco col figliuolo la scala, il cieco fece l'esamine, e disse: figliuolo mio, hai tu veduto niente di quello che io ti dissi? Disse il fanciullo: padre mio, io non ho veduto se non uno che vi guardò fiso e rise. E'l padre disse: chi fu? E quelli disse: io non so, come s' ha nome, ma io so bene ch' egli è pizzicheruolo, e sta qui presso da’ frati minori. Dice il padre: saprestimi tu menare alla sua bottega, e dirmi, se tu'l vedi? Il fanciullo dice di sì. Il cieco levò via ogni dimoranza, e dice al fanciullo: menami là, e . se tu lo vedi, dimmelo; e quando favello con

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lui, scostati e aspettami. Il fanciullo guidò il padre tanto, che lo trovò alla stazzone che vendea formaggio, e disselo al padre, e accostollo a lui. Come il cieco ľudì favellare con quelli che compravano, conobbe lui essere luccio, col quale, quando' avea la luce, ebbe già conoscenza; e così seguendo, disse che gli volea un po' parlare da se e lui in luogo secreto. Iuccio, quasi sospettando, il meno dentro in una cella terrena, e dice: Cola, che buone novelle? Dice Cola: frate mio, io vegno a te, e con gran fidanza e con grande amore. Come tu sai, egli è buon tempo che io perdei il vedere, ed essendo in povero stato con gran famiglia, m'è stato forza di vivere di lemosina; e per grazia di Dio e per bontà e di te, e degli altri Orvietani, io mi trovo avere fiorini dugento, de quali fiorini cento ho in un luogo a mia petizione, e gli altri ho dati in serbanza a più miei parenti, che in otto dì gli averò. E pertanto, se tu vedessi modo di pigliare questi dugento fiorini, e farmi per amore di Domeneddio quella parte di guadagno che ti paia convenente per sostenere e me, e' miei figliuoli, io ne sarei molto contento; perocchè in questa terra non è alcuno, in cui più mi fidassi, e non voglio che di ciò si faccia alcuna scrittura, e che niente se ne dica, e che niente se ne sappia. Sì che io ti priego caramente, che che partito tu ti pigli, che di ciò che io ť ho detto, mai per te non se ne dica alcuna cosa; perocchè tu sai che come si sapesse che io avesse questi danari, tutte le limosine, che mi sono date, man

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cherebbono. Iuccio, udendo costui, e imma. ginando di potere tirare l' aiuolo anco a' fiorini cento, disse a Cola assai parole, e di tenerli credenza, e che l' altra mattina tornasse a lui, e risponderebbegli. Il cieco si partì, e luccio preso tempo, il più tosto che potè, andô con la borsa che ancora non avea tocca, alla chiesa, e sotto quello mattone, donde l'avca tolta, la ripose. Perocchè ben s' avea pensato che' fiorini cento che Cola dicea avere a sua posta, erano i fiorini cento che avea sotto il mattone riposti; ed egli, perchè la faccenda degli altri cento non mancasse, andò, e riposevegli. Cola dall'altra parte immaginò che nel dire di luccio, domattina ti risponderò, fosse da credere che per avere gli altri cento, potrebbe intervenire che innanzi che facesse la risposta, ve gli riporterebbe; andò quel di medesimo alla chiesa, e pensato di non essere veduto, levò il mattone, e cercato sotto, trovò la detta borsa, la qual subito si cacciò sotto, e rimise il mattone, sanza curarsene troppo e tornossi a casa, avendo la buona notte; e la mattina vegnente andò a udire Iuccio. Il quale, come lo vide, gli si fece incontro, dicendo: dove va il mio Cola? Cola disse: io vegno a te. Entrati in luogo segreto, disse Iuccio: la gran confidenza che mi porti, mi fa sforzare a fare ciò che domandi; fa d'avere li dugento fiorini, per di qui otto di io farò una investita di carne salata e di cacio cavallo, che ci credo guadagnare si che io ti farò buona parte. Dice Cola: sia con Dio; io voglio andare oggi per fiorini cento, e forse anco per gli altri, e recherottegli; fammi poi quel bene che tu puoi. Disse luccio: va con Dio, e torna tosto, poichè ho deliberato fare questa investita, perocchè messer Comes raguna per la Chiesa gran gente d'arme, e credesi che faranno capo grosso qui; e’soldati son molto vaghi di queste due cose. Sì che va, procaccia, che io credo farne molto bene e per te, e per me. Cola n' andò, ma non con quell' animo, che Iuccio credea, perocchè 'l cieco accecava ora l'illuminato. E venuto l'altro dì, Cola con un viso tutto malinconoso n' andò a luccio, il quale, veggendolo, tutto ridente gli si fece incontro, e disse: lo buon giorno ť incappi, Cola. Disse Cola: ben lo vorrei avere comunale, non che buono. Dice Iuccio: e che vuol dir questo? Dice Cola: male per me, che dov' io avea riposti cento fiorini, non gli ci truovo, che mi sono stati furati; e quelli miei parenti, dov' io avea in serbanza gli altri cento in più partite, chi mi dice non gli ha, e chi peggio; sì che io non ho altro che a strignere le pugna, tanto dolore ho. Dice Iuccio: questa è dell' altre mie venture, chè dove io credea guadagnare, perderò fiorini cento o più; ed ecci peggio che io ho quasi fatta l' investita; chè se colui che m'ha venduta la mercanzia, vorrà pur che 'l mercato vada innanzi, io non so di che mi pagaré. Dice Cola: e' me ne pesa quanto puote per te, ma per me, me ne duole molto più forte, chè rimango in forma, che mal potrò vivere, e

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[7] converrammi ricominciare a fare capital nuovo; ma se Dio mi fa grazia che mai io abbia più nulla, io non gli ficcherò per le buche, nè ad alcuna persona, se fosse mio padre, gli fiderò o darò in serbanza. Iuccio, udendo costui, pensò se si potesse rattaccare in su' cento che gli parea avere perduti, e dice: questi fiorini cento, che hanno i parenti tuoi, se tu gli potessi avere e darmegli, io m’ ingegnerei d'accattare gli altri cento, acciocchè la investita andasse innanzi; e questo facendo, potrebbe molto ben essere che innanzi che fosse molto, tu te ne troveresti dugento in borsa. Dice il cieco: Iuccio mio, se io volessi appalesare i fiorini cento de parenti miei, io me ne richiamerei, e sarebbemi fatto ragione; ma io non gli voglio far palesi, perchè io averei perduto le limosine, come si sapesse. E pertanto io gli fo perduti, se già Iddio non gli spirasse; sì che da me non isperare alcuna cosa, poichè la fortuna ha così disposto. Comechè io rimanga, io per me, veggendo la tua buona disposizione, la quale era di farmi ricco, reputo d'a-. verlo ricevuto, e d'avere in borsa fiorini dugento, come se tu l'avessi fatto, perocchè da te non è mancato. Una cosa farò, che io farò fare l' arte a un mio amico, se nulla mi potesse dire di chi fosse stato; e se ventura ce ne venisse, io tornerò da te; fatti con Dio, chè io non ci voglio dormire. Dice Iuccio: or ecco va, e ingegnati con ogni modo, se puoi rinvenire e riavere il tuo; e se ti venisse ben fatta,

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