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versale natura le origini; le quali or l'audacia or la timidezza delle volgari imaginazioni o più nascondeva, o di falsissimi colori copriva; e le rinviene tremende, e immutabili. Non ha preso filosofia diversa da quella che seguitò poetando; ma le ha stracciato di dosso quel vestito di porpora e d'oro che le aveva prestato: come Tullio diceva de Commentari Giuliani, contenti alla grandezza delle cose e della persona : Omni ornatu orationis tamquam veste detracto (1). Ma quanto è vigorosa quanto maestevole cotesta nudità! Nudità non di povero, sì di atleta. Io non dubito, Niccolini mio, che tu pure sì lodato artcfice od autorevol giudicatore, debba sentirti come io mi sento stupefatto e quasi atterrito dall'austero e pallido e gelato aspetto di cotesti suoi ragionamenti; e nel passare dai fioriti giardini di Cicerone e del Bartoli a questi deserti iznudi, e per nudità sublimi, venerare un modo novissimo di significare o voglia i più consueti o voglia i più reconditi e inauditi pensieri, non con altro che nomi e verbi come a dire le ossa, del discorso) senza niuna polpa di aggettivi; nella quale tanto si affaticano i bassi e i mezzani dicitori, e rara si mostra la eccellenza dei grandi: come chi figurasse col solo disegno senza niun colore. Ma quale e quanto disegno debbe avere un cartone di Michelangelo, a carbone o a penna, per contrastare o vincere una paragonatagli tela dello sfarzoso Paolo! A me ritornato più volte sulle prose di Giacomo Leopardi, si rinnova quell'ineffabile separazione dai movimenti e dai romori della natura che sentii nell’augusto silenzio delle Cave Carraresi. Per me sarà sempre stupenda, come di unico esempio, questa difficilissima vittoria, che un sì giovin poeta ha saputo vincere della sua sì ricca e sì sfolgorante imaginativa. »

« Leopardi nelle prose è venuto paragonando il mondo interiore dell'uomo coll'estrinseco mondo che natura ha conceduto alla nostra spezie, e colle forme che il viver sociabile ha indotte nella sorte degli uomini. E certo sottilmente le cose umane sono da lui ponderate nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri; severamente ma giusta

ر

1) Spogliato come veste ogni addobbo del dire

Cicerone.

mente giudicate nel breve Dialogo tra Sallustio e un let tore di umanità; più amaramente, nè però con meno ve rità, nella Scommessa di Prometeo, e nella Proposta d premj fatta dall'Accademia dei Sillografi

. Qui non udi rete lo stridore della estrema disperazione di Saffo; nep pure il lamento umile del pastore errante nei deserti del l'Asia: qui tace d'ogni affetto; qui non piange le cose, m. le esamina; e studia se potesse pur giungere alle cagioni e tra quello che la meditazion può discernere, e quelle che alla mente umana è fatalmente negato di mai vedere trova i confini d'ogni ragionevol pensiero, e la sepoltur di molte presuntuose speranze. Dopo tante osservazion sul fatto e sul patito dagli uomini, poteva ben egli dise gnare con poche linee una Storia del genere umano nella principali trasformazioni di esso: e sì gli piacque simbo. leggiarla con allegorie, in maniera platonica. Le quali al legorie comunque ingegnose non valevano certo ad alle viargli il tormento che viene dallo spettacolo di tante mi serie, e di tanti vizj che di miserie sono effetti o cagioni Trapassò quindi a considerare che la natura umana, com esiguissima porzione della universale natura, non può ma sottrarsi dalle immutabili necessità di essa. E così com il malinconico Torquato, ricordando il morire delle città e de' regni, consolava o correggeva gli omiciattoli ripu gnanti al loro disfacimento; pare a questo suo infelice più filosofo successore, che in sì smisurato oceano di mali a sedare l'impazienza di chi soverchio investigando e ragionando si crucia; o certo a rammentare la inutilità delle querele, e la temerità delle speranze e dei desiderj; vagli: il mirare senza illusione le immutabili condizioni di que tutto immenso, del quale siamo sì orgogliosa e pur sì mi nima e sì poco durevole particella. Questa amara sapienza egli ha egregiamente spiegata con varia e novissima ele ganza di fantasie nell'Elogio degli uccelli; e terribilmente nel Cantico del Gallo Silvestre, nel Dialogo della Na tura e di un'Anima, nell'altro Dialogo della Natura e d un Islandese, in quello della Terra e della Luna, di un Fisico e di un Metafisico; ed altri ancora, molto ingegnosi; nei quali tutto lo spirito di Luciano, tutta l'arguzia di Platone si muovono per entro gran copia di saper

moderno, come tutta la forza del singolare intelletto di lui. Ed è singolare nel dar tutto sè stesso con mirabile pertinacia a queste malinconiche meditazioni, non isviarne mai il pensiero, affaticarvelo sempre nè mai stancarvelo. Ma non le dicano malattia strana del suo cervello: e ricordino che ad altri ancora e sani e famosi passarono per mente; i quali come importune e spiacevoli non sostennero di lasciarvele o sole o lungamente stanziare. Era da ogni parte fortunato il Voltaire, che sì bene imagino quell'affronto di un Leone con un Mercante di Marsiglia, per esprimerci quel ch'egli pensasse delle benevolenze della natura verso soi, e delle felicità del nostro vivere civile. E prima di lui, e più copiosamente e non meno efficacemente in molte favole bellissime ne fece giudizio e scherno l'amabile La Fontaine. »

Prospero Viani, il buon accoglitore delle Lettere del Leosardi, il maestro d'ogni eleganza, nella dedica del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi a G. B. Niccolini nota assai bene:

« A me piace, in alcune parti, con le debite differenze, somigliarlo, secondo che poeta, a Lucano. Ingegno profondo e senno virilmente precoce in ambidue; egual condizione di tempi infelici; non eguale il giudizio: nell'uno fu vinto dall'uso, nell'altro fu straniero da ogni contaminazione del secolo; pari ardore ed impeto di magnanima poesia; l'ingegno e la fama procacciarono al Cordovesc l'invidia e la morte nel colmo della giovinezza; nè fama, nè invidia, ma gran dolore nel più bello degli anni e morte di gioventù Procacciò al Recanatese la sublimità dell'ingegno; dai quali contrari effetti e dal troppo ingegno nacque però per tutti e due egual cagione di non eguale sventura, Maravigliosi e sfortunati giovani ! »

Giuseppe Brambilla, altro egregio maestro di pensare e di scrivere, disse non ha molto del Giordani e del Leopardi:

« Nè il Piacentino, nè il Recanatese diedero all'Italia opere di lungo lavoro; di che la ragione, per quello ch'io ne stimi, non fu nel primo il vivere travagliato dalla fortuna, nè la corporale infermità nel secondo; bensì, come altrove osservai, la privazione « di quell'arcana potenza che fa perseverare l'intelletto a guardar lungamente l'opera che vuol fabbricare. Una tale potenza da sé sola non è a ti lle grandi produzioni; ed aiuta sovente i mediocri a com pilar libri voluminosi; laddove i solenni ingegni, che n son privi, mostrano egualmente la loro altezza, ma coi voli rapidi e brevi » (1). E questo fecero i due famosi, d cui discorro: i loro scritti sono brevi, ma stupendi esem plari di una prosa, che mirabilmente congiunge all'inarri vabile venustà del trecento i pregi a poco a poco introdott nello scrivere italiano dal progresso intellettuale; come sono la copia, la forza, la magnificenza, la gravità; che l'abbel lirono sempre più nel color nazionale, che le difettava ne suoi primordii. »

Degli stranieri citammo il bellissimo studio del SainteBeuve, che lavorò con la sua mirabile arte i materiali datigli da Luigi de Sinner. Toccammo' di Alfredo de Musset, il cantore di Rolla, l'appassionato pittore delle gioie e disperazioni carnali, che seppe pur gustare il poeta, che gli facea più contrasto. Egli ammirava soprattutto le linee di uno stile vasto e preciso come l'orbite dei pianeti. Egli cantava:

O toi qu'appelle encore ta patrie abaissée,
Daris ta tonbe précoce à peine réfroidi
Sombre amant de la mort, pauvre Leopardi,
Si pour faire une phrase un peu mieux cadencée
Il t'eut fallu jamais toucher à ta pensée

Qu'aurait-il répondu, ton cæur simple et hardi ?
E più innanzi loda la vigueur de son sobre génie.

Dei giudizi dei Tedeschi parlò assai dottamente B. Zumbini. I traduttori non sempre l'intesero, i critici lo frantesero; ma la somma dei giudizj è in favore e pochi consentiranno col Reumont che paragona lo spirito del poeta negli ultimi anni del viver suo alla Peau de Chagrin, favoleggiata dal Balzac: Ich kann nicht umhin an eine geistige « Peau de chagrin » zudenken, wenn ich mir die letzen Jahre dieses unglücklichen Mannes vergegenwärtige. Seine verzweiflungstheorie konnte weder der Poesie noch der Philosophie Heil bringen.

(1) Vedi nota a pag. 92 del suo bel libro Vittorino da Fellie.

La rivelazione del genio ha qualche cosa dell'assalto improvviso, del pianto e delle gioie del primo amore. Beatrice e Laura sono i grandi scrittori, specialmente i poeti. Il Leopardi scriveva al Giordani il 30 aprile del 1817:

... Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, : a me quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e far mio quello che leggo non han dato altri che i poeti, e quella smania violentissima di comporre non altri che la natura e le passioni; ma in modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte le sue parti, e dire fra me: Questa è poesia; e per esprimere quello che io sento ci voglion versi e non prosa; e darmi a far versi. Non mi concede ella di leggere ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri som ni? Io non so se potrei astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pen! sando a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi forzato di tener dietro a quella poesia. »

L'entusiasmo dal libro si riverbera sulla persona dell'autore, onde il culto dei sommi e la commozione del Leopardi al sepolcro del Tasso. Egli scriveva al fratello Conte Carlo da Roma il 20 febbrajo 1823:

« ... Molti provano un sentimento d'indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e postá in un cantoncino d'una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l'umiltà della sua sepoltura. Ma tu non puoi avere idea d'un altro contrasto, cioè di quello che prova un occhio avvezzo alla infinita magnificenza e vastità de' monumenti romani, paragonandoli alla piccolezza e nudità di questo sepolcro. Si sente una trista e fremebonda consolazione pensando che questa povertà è pur sufficiente ad interessare e animar la posterità, laddove i superbissimi mausolei, che Roma racchiude, si osservano con perfetta indifferenza per la persona a cui furono innalzati, della quale o non si domanda neppure il

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