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sero in un registro chiamato Libro d'Oro i nomi delle famiglie che allora componevano quella magistratura veramente sovrana, e stabilirono che nessun'altra potesse entrarvi mai più. Ed a custodia di questo nuovo ordine fu allora istituita un'altra magistratura, detta Consiglio dei Dieci, la cui vigilante severità durò poi terribile finchè durò la repubblica.

Firenze, per le interne discordie e le frequenti mutazioni potrebbe paragonarsi a Genova; ma la esaltavano già fin d'allora fra tutte le nostre città l'ingegno acuto e gentile degli abitanti, e lo studio costante di tener cacciato d'Italia ogni dominatore straniero. Le discordie cominciarono privatamente nel 1215 tra le famiglie Buondelmonti ed Uberti per una promessa di matrimonio mancata ; ma la protezione data da Federico II agli Uberti, le fece diventar generali e politiche, e distinse i contendenti coi nomi di Guelfi e Ghibellini. Quando poi, per la morte di Federico, prevalse la parte guelfa, cominciarono in Firenze le istituzioni repubblicane, con un governo di dodici Anziani e due Giudici forestieri (uno chiamato Capitano del popolo e l'altro Podestà) e insegne militari alle quali dovesse accorrere tutta la gioventù ogni volta che il Capitano o gli Anziani la chiamassero. Con questi ordini prosperò Firenze e fu senza dissensioni fino al tempo che Manfredi risuscitò i Ghibellini in tutta Italia. Con gli aiuti di quel principe, e guidati da Farinata degli Uberti, i Ghibellini fuorusciti sconfissero (nel 1260) i Guelfi presso Monte Aperti sul fiume delì' Arbia per modo che gli avanzati alla strage non osarono ritornare a Firenze, ma si rifuggirono a Lucca. I vincitori, stimando impossibile che Firenze cessasse mai d'esser guelfa, proposero di distruggerla, ma Farinata non comportò che un tal consiglio venisse ad effetto. Del resto, non prevalsero i Ghibellini se non quanto durò la fortuna di Manfredi; perciò, subito dopo la battaglia di Benevento già mentovata, ecco risorgere i Guelfi colle antiche loro pretensioni. Parve quindi necessario a coloro che governavano concedere quello di che, indugiando, potevano essere spogliati : però divisero la cittadinanza in dodici arti, sette maggiori e cinque minori, ciascuna con un suo magistrato e una sua bandiera sotto la quale nei bisogni si raccogliesse. Non per questo la città fu quieta. Ai Guelfi pareva aver ottenuto ben poco; i Ghibellini pentivansi di aver troppo concesso; e per la venuta di Corradino salivano in nuove speranze. Ma i Guelfi commisero per dieci anni la signoria a Carlo di Angiò; cacciarono i Ghibellini e diedero alla città un governo ancor più popolare. Ben presto poi diventarono tanto insolenti, che nel 1282 si venne ad una rivoluzione pienamente democratica. Ordinossi che soltanto i mercanti e gli artigiani potessero avere magistrature, dalle quali i nobili rimanessero esclusi se non si scrivevano in qualcuna delle arti: il governo fu commesso ai Priori delle arti che poi si chiamarono Signori (o la Signoria) ed ebbero per loro dimora un palazzo con sergenti ed altri ministri che li servissero e onorassero. La città stette per qualche tempo quieta, e fiorì come capo dei Guelfito di quanti volevano libertà e indipendenza nazionale: vinse gli Aretini nella battaglia di Campaldino (giugno 1289); abbattè i Pisani; fu temuta e pregiata non solo in Toscana ma in tutta Italia. Nondimeno nel 1293 si trovò necessario di aggiungere alla Signoria un gonfaloniere di giustizia a difesa dei popolani ; poi persistendo i nobili a voler soperchiare, e trovando facilmente chi li favorisse, uno dei signori, per nome Giano della Bella, propose e vinse alcune leggi dette ordini della giustizia per reprimere i grandi, e li escluse da ogni pubblico ufficio. I quali, non osando combatterlo direttamente lo calunniarono di aspirare a farsi tiranno ; sicchè abbandonato da una parte del popolo, per non diventar cagione di guerra intestina, lasciò la patria e morì nell'esilio. Non cessarono per questo le discordie civili: tuttavolta le ricchezze e le armi mantennero fiorente e temuta la repubblica fino all' anno 1300. Allora vennero da Pistoia i capi di due fazioni dette dei Bianchi e dei Neri, e divisero i Fiorentini sotto quei due nomi, benchè tutti fossero Guelfi. Coloro che aderironsi ai Neri furono a Roma e accusarono i Bianchi dicendo che si facevano Ghibellini.

Sedeva allora pontefice Bonifazio VIII creato nel 1294; il quale (così Dino Compagni) fu di grande ardire é alto ingegno, e guidava la Chiesa a suo modo e abbas. sava chi non gli consentia. Benchè non avesse poter temporale, e nella stessa città di Roma fosse combattuto costantemente dalla famiglia Colonna, fece sentire gli effetti del suo ingegno e della sua indole, non pure in Roma e in Italia, ma in gran parte d'Europa. Ricusò lungamente di approvare l'elezione d' Alberto d'Austria a re dei Romani; fu avverso a Filippo il Bello re di Francia ; mosse guerra agli Aragonesi di

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Sicilia per restituire quell'isola a Carlo II d'Angiò, dal quale principalmente riconosceva il pontificato; scomunicò principi e popoli; e volgeva nell'animo di sterminare d'Italia tutta la fazione de Ghibellini, per recare la Santa Sede a quella grandezza a cui Gregorio VII e Innocenzo III avevan tentato già di sollevarla. Per compiere codesti disegni aveva chiamato appunto in Italia Carlo di Valois fratello del re di Francia, quando la nuova discordia, poc'anzi accennata, indusse i Fiorentini a rivolgersi a lui : ed egli mandò a Firenze quello straniero, in voce come paciere o coll'incarico di ridurre le fazioni a concordia, ma nel vero poi per opprimere i Bianchi. Del resto la venuta del Valois non sorti quell'effetto che Bonifazio se n'era promesso: perciocchè sebbene i Ghibellini di Toscana fossero molto abbassati, non per questo i Guelfi rimasero senza contrasti e senza sospetti: oltracciò non fu possibile ritogliere la Sicilia agli Aragonesi, nè la potenza del papa si allargò.

Sono questi i principali avvenimenti del secolo XIII; secolo di fazioni e di guerre, pieno di grandi calamità, ma ben anche di grandi fatti, e di sentimento nazionale.

Le fazioni si esercitavano quasi sempre sotto i nomi di Ghibellini e di Guelfi, i quali in origine furono nomi di due potenti famiglie della Germania nemiche tra loro. Quando la famiglia dei Ghibellini salì al trono imperiale col celebre Federico Barbarossa, cominciaronsi a confondere i nemici dei Ghibellini coi nemici dell'imperio; e il nome della famiglia avversaria alla Ghibellingia divenne generale a tutti coloro ch'eran avversi all'imperio; questa distinzione passò anche in Italia, e parve una tremenda vendetta lasciata da Federico tra i popoli che lo avevano vinto. Sebbene poi in Italia, dopo Gregorio VII, i pontefici fossero quasi sempre capi o fautori della fazione contraria all' imperio, non è da credere per altro che i Guelfi italiani fossero sempre partigiani della Chiesa. Le città lombarde, a cagione di esempio, erano Guelfe in quanto che ricusavano di sottomettersi alla potenza imperiale: si univan coi papi a combattere contro gl' imperatori, perchè l'alleanza dei papi dava loro un grande vantaggio nell' opinione dei popoli; nè perciò combattevan pei papi, ma sì per la propria libertà. Nè i papi unendosi colle città libere intendevano di combattere in favore della libertà, ma bensì per quella dominazione alla quale più o meno apertamente aspirarono tutti. Col volgere poi del tempo, cessata in gran parte la lotta fra il sacerdozio e l'imperio, i nomi di Guelfi e di Ghibellini significarono in generale due contrarie fazioni ; e ridestaronsi ogni volta che due potenti famiglie, per qual si fosse cagione, venivano a discordia tra loro.

SCRITTORI DEL SECOLO DECIMOTERZO.

Tra i grandi avvenimenti di questo secolo deve collocarsi anche il principio della nostra letteratura; giacchè quel che abbiamo del secolo precedente può servir a provare in che stato trovavasi allora la lingua volgare, ma non costituisce opere letterarie propriamente dette. La lingua si era venuta componendo e formando, dove più dove meno, in tutte le provincie d'Italia, come doveva per necessità avvenire in un tempo di governi municipali e repubblicani; ma le opere letterarie vennero naturalmente alquanto più tardi. Senza dubbio deve conoscere anche quelle prime scritture chi vuol possedere compiutamente la storia della lingua italiana; e quella conoscenza non sarà per certo infruttuosa ně anche a chi studia con intenzione di farsi scrittore: ma allo scopo di questo libro basta non avere taciuto che si hanno scritture italiane innanzi al secolo XIII dal quale noi cominciamo. Fra i migliori dell'età precedente suole annoverarsi Folcacchiere dei Folcacchieri senese : e nondimeno, ecco la prima strofa d'una sua canzone riferita da Vincenzo Nannucci :

Tutto lo mondo vive sanza guerra,

Ed eo pace non posso aver neiente.
O Deo, come faraggio ?
O Deo, come sostenemi la terra ?
E' par ch' eo viva in noia della gente:
Ogn' uomo m'è selvaggio:
Non paiono li fiori
Per me com' già soleano,
E gli augei per amori

Dolci versi faceano agli albori. Ciascuno crederà di leggieri che negli scrittori d'altre provincie la rozzezza di quell'età mostrasi ancora maggiore. Ma deve dirsi altresì che non tutti gli scrittori del secolo decimoterzo, son preferibili a questo senese; per modo che anche in questo secolo è scarso il numero delle opere degne del nome di letterarie. E questo possiamo far manifesto adducendo qualche saggio di Iacopo da Lentino detto anche il Notaio, di Fra Guittone d'Arezzo e di Fra Iacopone da Todi tenuti generalmente tra i migliori di quell'età. Ecco dunque la prima strofa di una canzone di Iacopo da Lentino :

Madonna, dir vi voglio

Come l'Amor m'ha priso.
Inver lo grande orgoglio
Che voi, bella, mostrate, e' non m'aita.
Ahi lasso ! lo mco core
In tante pene è miso,
Che vive quando muore
Per bene amare, e teneselo a vita.
Dunque morira' eo?
No: ma lo core meo
More più spesso e forte
Che non faria di morte naturale
Per voi, donna, cui ama,
Più che sè stesso brama,
E voi pur lo sdegnate :
Donque vostr'amistate

vide male." Ed ecco il commiato o la fine di un'altra canzone, nella quale il poeta si paragona a un pittore che vagheggia il ritratto della sua amante dipinto da lui medesimo:

Mia Canzonetta fina,

Va', canta nuova cosa;
Moviti lo mattino
Davanti alla più fina,
Fiore d'ogni amorosa,
Bionda più ch'auro fino
Lo vostro amor, ch'è caro
Donatelo al Notaro,

Che nato è da Lentino.
Ed ecco finalmente un sonetto :

Chi non avesse mai veduto foco,

Non crederia che cocere potesse, i Vide male. Con suo danno.

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