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glia, de' nostri scrittori del trecento, schivando per la finezza del suo gusto la pedantesca imitazione che altri ne fecero, e convertendole in sangue e sugo tutto suo particolare. Nè questo amore potentissimo della filologia valse a spegnere in lui il calore dell'immaginazione e della fantasia; chè anzi egli sentiva grandissimo in sè il bisogno della poesia, di questo primo fiore che sboccia dalle meridionali intelligenze ad annunziare i frutti che esse un giorno saranno per produrre: a significare la veemenza del quale bisogno è d'uopo che si riferiscano alcune parole ch' egli fece a questo proposito in una sua lettera a Pietro Giordani, che il giovava de'suoi consigli, ed amandolo tenerissimamente, da lontano gli serviva di guida nelle sue letterarie fatiche. « Da che, gli scriveva il suo Giacomo, ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e far mio quello che leggo non han dato altri che i poeti, e quella smania violentissima di comporre non altri che la natura e le passioni, ma in modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte le sue parti e dire fra me: Questa è poesia; e per esprimere quello che io sento ci vogliono versi e non prosa; e darini a far versi. Non mi concede ella di leggere ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo e. pensando a tutt'altro, sentire qualche verso di autor classico che qualcuno della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi forzato di te. ner dietro a questa poesia. »

Ma sette anni continui spesi in tali studi filologici e in un entusiastico amore della sapienza, della poesia e della gloria, logoravano miseramente quel corpo, che la natura, più matrigna che madre, gli aveva dato debolissimo ed incapace di corrispondere all'infaticabile attività della sua mente; colpito di grave infermità negli occhi, che lo privò quasi dell'uso di quelli per un anno intero, più non potendo studiare nei libri nè dare sfogo al bollente ingegno collo scrivere, si diede a cercargliene un altro nell'interiore meilitazione e cominciò ad innamorarsi della filosofia, la quale più non abbandonò fin che visse , ed alla quale chiese, ma invano, la spiegazione del grande mistero dell'umanità e della natura.

Tornato alle predilette occupazioni, quanto più la sua mente acquistava di ricchezza e di forza, tanto più sentiva l'angustia dei limiti in cui fino a quel tempo era stato rinchiuso, desiderava di vedere uomini e cose, di godere la vita, ch'egli nei suoi sogni d'infanzia si era immaginata cosi piena di bellezza e di poesia, di slanciarsi in un teatro più conveniente alla sua seto di gloria, di sottrarsi alla sua famiglia, cui lo tenevano avvinto i più dolci e antichi affetti, ma dove gli pareva di essere contrastato, spiato, e di non possedere tutta quella indipendenza di cui sentiva il bisogno. Lasciò adunque Recanati in sullo scorcio del 1822 e venne a Roma, dove sperava di trovare una occupazione che gli procurasse il modo di vivere senza essere di peso alla sua casa, ed ivi si persuase che il mondo non era fatto per lui, che il suo bisogno d'amore, d'entusiasmo, di vita, non trorava cosa che soddisfare il potesse; s'incontrò in donne che gli facevano stomaco, in uomini che gli facevano rabbia e misericordia, e al contatto della socielà si accorse che egli era più fatto per disprezzare che per ammirare. L'illustre consigliere Niebhur, che allora trovavasi in Roma, inviato straordinario della corte di Prussia, si adoperò presso il cardinale Con

salvi per ottenergli un impiego, e questi gli offerse la prelatura e le speranze di un rapido avanzamento, ch'egli rifiutò per tornare l'anno seguente in seno de'suoi, l'amore dei quali nella lontananza si faceva in lui sentire più forte. Egli fece ritorno a \Recanati assai diverso da quello che ne era partito; egli aveva oramai abbandonata ogni speranza della vita, aveva sentito a lungo il vuoto della esisteroza come cosa reale che fortemente premesse l'anima sua, e il nulla delle cose era la sola cosa che per lui esistesse. Si la. gnava che la società non cercasse il modo di appagare tutte le illusioni dell'uomo, perchè la felicità di lui in nulla di reale è riposta; vedeva che ogni uggelto verso cui si lanciava ardentemente gli sfuggiva perchè troppo inferiore alla grandezza del suo desiderio e lo lasciava nel disinganno. S'accorgeva perfino ne' suoi studi della mutazione in lui avvenuta: ogni cosa che tenesse di affettuoso e di eloquente lo annoiava e gli sapeva di scherzo e di fanciullaggine ridicola: non cercava altro più fuorchè il vero, quello stesso vero che già tanto aveva odiato e detestato.

Nel 1825 lascia di nuovo il paese natale per recarsi a Milano, dove l'invitava l'editore A. F. Stella per attendere ad un'edizione delle opere intere di Cicerone. Si ferma in Bologna, dove gli pare di trovare cortesia, accoglienze, premure, di cui in Roma non aveva veduto alcun saggio. A Milano tutto gli spiace: il fare magnifico e diplomatico che regna in tutte le relazioni sociali, il nessun carattere locale degli uomini, il clima troppo più rigido che alla sua complessione si potesse convenire, il genere stesso dell'occupazione cui lo Stella lo aveva invitato. Eccolo di nuovo a Bologna, dove egli porta con sè una nuova infermità contratta nel viaggio e non potuta vincere, un'infiammazione d'intestini, e dove, non bastandogli

la provvisione datagli dallo Stella, impiega alcune ore del giorno a dare lezione di latino e di greco. Il desiderio di ritemprarsi negli affetti della famiglia e di attendere più comodamente alla Crestomazia italiana da lui promes:a allo Stella, coll'aiuto della copiosa biblioteca paterna, lo condusse ancora a Recanati in sul finire del 1826: ma travagliato continuamente dai suoi malori fisici, sente fra pochi mesi rinascere nell'animo la noia di quel soggiorno e di quella città, e sperando di trovare la salute e la pace in un clima migliore, passa di nuovo a Bologna e due mesi dopo a Firenze, dove i suoi occhi vanno sempre peggiorando e non gli lasciano metter piede fuori della soglia della sua camera. Il clima di Pisa, cui egli cercò nell'inverno, gli permette di passeggiare ogni giorno, di ristorare alquanto le forze; ritorna colla calda stagione in Firenze, dove sente l'impossibilità di applicare a cosa alcuna la sua mente e, accondiscendendo alle reiterate istanze del padre, ritorna nelle sue braccia. Il freddo clima di Recanati accresce la debolezza delle sue forze mentali ed aggiunge alle antiche infermità una grave debolezza dei nervi: ond'egli corre un'altra volta' a Firenze, dove rimane dal maggio 1830 fino all'ottobre del 1831 , in cui parte per recarsi a Roma, ove passare l'inverno; ma appena giunto , la sua dimora gli pare un esiglio e torna a desiderare Firenze, alla quale rivola il marzo dell'anno seguente, e di là nell'ottobre del 1833 parte per recarsi a Napoli, a ciò consigliato dai medici, che reputavano quel clima poter giovare alla salute di lui più che mai rovinata. Ma ivi egli non fa che provare nuovi dolori, ai quali non trova altro conforto che le cure affettuose dell'amico suo Antonio Ranieri; il suo corpo si va lentamente dissolvendo, finchè la morte lo toglie ai lunghi dolori della vita nell'aprile del 1837.

Di tutti questi stadi della vita del Leopardi si vedono palesi le tracce nelle sue opere, ma specialmente nelle morali e nelle liriche, le quali più ritengono del soggettivo e maggiormente ci svelano l'animo dello scrittore. Diremo soltanto delle seconde, poichè di esse specialmente si compone questo libro, e perchè l'espressione poetica colla sua terribile potenza dà forma più scolpita e più viva ai sentimenti interiori; alle più antiche delle quali noi risalendo, troveremo il poeta in quella sua prima età di entusia. smo e di vita, quando in lui fervevano potentissime le passioni del sapere, della gloria e dell'amore, e le illusioni danzavano leggiadre innanzi alla sua fantasia. Allora egli cantò le sventure della sua patria e Je speranze del risorgimento di lei, e, a destare gli Italiani dal vergognoso letargo ed accenderli nel desiderio di fatti gloriosi e al sacrificio della propria vita pel bene della patria, si fece a ripetere l'inno che Simonide intuonava in onore dei forti caduti con Leonida alle Termopili, inno perduto da secoli, ma che parve dettato al Leopardi dalla stessa magnanima ombra del greco poeta. La novella che i Fiorentini, per riparare all'antica vergogna, volevano innalzare in Santa Croce un degno monumento al padre dell'italiana poesia accese di nobile entusiasmo l'animo suo: ond'egli esortò gli Italiani ad onorare la memoria di quei sommi che di tanta gloria circondavano la patria loro, a cercare nel passato gli esempi di futura virtù e grandezza; pianse la sventura degli Italiani, che avevano versato il loro sangue non pel suolo natale nè per causa italiana, e lasciati i loro cadaveri nelle gelate e deserte pianure della Russia, senza poter offerire alla patria quella vita che da essa avevano ricevuto. In quel medesimo periodo della sua esistenza egli aveva già ordita la tela di alcuni inni

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