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Un giorno a Recanati

Ieri c'era il sole e sono andato a Recanati. Grande è la potenza del tempo. Vivo, Leopardi vi si sentiva estraneo. Gli aggettivi aspri che ebbe per essa non gli furono subito perdonati. Ma la poesia fa miracoli, come la santità. Anche un insulto, se viene dalle labbra di un genio, può piacere. E il natio borgo selvaggio, oggi che è una città ridente e progredita, ricorda il poco riguardoso nome che gli ha dato il suo più grande figlio, con una punta di civetteria. Del resto, se Leopardi vivo era spiritualmente staccato dalla sua casa e dal suo paese, ora vi è attaccatissimo, forma con essi una trinità intima, indistricabile. Questa casa e questo paese che furono così poco suoi, sono completamente suoi ora che egli non c'è più.

Leopardi era bello: biondo, illuminato da due occhi grandi ed azzurri. Gli hanno innalzato invece un brutto monumento con il mantello a ruota. Muovo dalla grande piazza e mi avvio verso il suo palazzo. Il campanile del passero soZitario ha perso una cuspide per un fulmine, mentre il cucato diceva la messa.

Passo

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I CANTI

DI

GIACOMO LEOPARDI

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Ritratto a olio, eseguito da DOMENICO MORELLI ventenne, «valendosi della maschera e dipingendo tutte le minuzie che Antonio Ranieri e gli altri amici dell'estinto gli andavano amorosamente indicando ». Il Ranieri stesso attestava: « la somiglianza n'è sembrata, a me e a tutti, miracolosa, trattandosi che l'artista mai non conobbe l'uomo vivo ».

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