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Scrissi nell'opinione liberale del 25 gennaio 1896: “ Cesare de Lollis ci ha dato or ora un bel volume, Vita e poesie di Sordello di Goito,' con documenti, apparato critico, osservazioni sulla metrica, commento grammaticale e storico, glossario; un lavoro, insomma, degno di stare accanto ai migliori tedeschi e francesi. Io mi rallegro di vedere disjecti membra poetae raccolte insieme da vari manoscritti e da molti volumi, per opera di uno studioso italiano; e mi rallegro di sapere che altri nostri attendano a illustrare la vita e le opere di altri trovatori nati in Italia.

Dopo i cenni frettolosi e spesso inesatti del Bartoli; dopo uno studio troppo lodato dello Schultz, che è quasi tutto da correggere; dopo un succoso, ma per necessità succinto capitoletto del bravo professore Restori in un'operetta, la quale ha avuto l'onore d'una traduzione francese - questo rimane a fare: studiare seriamente, diligentemente, ad uno ad uno, gl'italiani che poetarono in provenzale per quasi un secolo, gareggiando con i loro contemporanei di oltre Alpi. Soltanto cosi potrà esser alla fine preparata bene la materia a un capitolo importantissimo ed attraentissimo della nostra storia letteraria.

“ Il libro del De Lollis mi sembra buona prova dell'ingegno e della dottrina del giovine romanista abruzzese, pur non accettando io alcune sue opinioni, pur dubitando che egli abbia abbassato un po' troppo la figura di Sordello, sia come uomo, sia come poeta ,.

Fui, dunque, se non il primo, certamente uno de' primi a dare al libro del De Lollis il benvenuto.

I dubbi, le osservazioni, le obbiezioni, che in un giornale politico non potevo nemmen di volo accennare, raccolgo ora qui, sicuro che l'egregio amico

I Vita e Poesie di Sordello di Goito; Halle A. S. verlag von Max Niemeyer, 1896.

Giornale dantesco, IV [N. s., vol. I].

Quad. I-II.

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mio leggerà ed esaminerà il mio scritto con la stessa serenità di mente e sincera benevolenza, con qui" io: ho studiato il suo libro. Se ho ragione, son certo che egli me la dately, senza restrizioni, senza sotterfugi, senza rancore; se ho torto, mi dimostrerà il mio torto come usa tra studiosi che si stimano e si amano, ed ios da lui, accoglierò con animo grato le correzioni, che mi sarò meritate,

I.

Secondo il De Lollis, ci è dato incontrar Sordello, la prima volta, in Firenze, verso il 1220; ma, pare a me, i documenti da’ quali egli, ed altri prima di lui, hanno ricavato la notizia d'un viaggio del trovatore a Firenze, in verità non la contengono. Sono dieci coblas o strofe, composte da altrettanti autori, sparse qua e là nei fogli di due canzonieri provenzali. I critici le hanno aggruppate in vario modo, senza rispettare abbastanza l'ordine, in cui da' codici sono conservate, e, se non m'inganno, costrette per forza a riferirsi tutte ad un fatto solo. Guglielmo Figueira si rivolge a Bertrando d'Aurel, dicendogli

per una osservazione, che dovrà venir dopo, riferisco il testo provenzale --:

-:

Bertram d'Aurel, se moria

n'Aimerics anz de martror,
digatz, a cui lassaria
son aver e sa ricor,
c'a conques en Lombardia
suffertan freit e langor,
com disoil albergador.
Pero ben fez la metgia
e dis del rei gran lausor,
sol que s'o tenha ad honor.

Da' primi sette versi appare che Amerigo da Pegulhan godeva fama di ricco, ed anche di tirchio, perché aveva ammassato ricchezze a furia di stenti e di privazioni indecorose: i tre ultimi alludono al serventese, in cui egli paragonò Federico II di Svevia, che, ancora molto giovine, aveva vinto Ottone IV, a un buon medico di Salerno.

Conosciuta la cobla del suo poco benevolo concittadino, A. di Pegulhan, con le stesse rime, domandò allo stesso Bertran a chi il Figueira, se fosse stato ucciso prima dell'Ognissanti da un signor Uggeri (N’Auzers) avrebbe potuto lasciar l'eredità de' suoi vizi, de' suoi difetti, delle sue pessime abitudini. Bertran gli rispose enumerando sette degnissimi eredi; tra gli altri un Lamberto, che, presa la palla al balzo, non si vergognò di vantarsi di quella parte dell'eredità, la quale gli era stata assegnata per vituperarlo. Tanto Bertran, quanto Lamberto, fecero rimare le loro coble con quelle di Guglielmo e di Americo. – A questo punto si presenta in uno de' codici la strofe di un tal Pavese (li Paves, forse quel Lantelmus Ferrarius Papiensis notaio di Federico II, che tra il 1220 e il 1223 segui nell'Emilia, in Toscana e in Lombardia il cardinale Ugolino d'Ostia andatovi a predicar la crociata?), la quale non si ricongiunge con quelle riassunte innanzi né per le rime, né per l'argomento. Il Pavese ironicamente vi loda, piú de' colpi di Orlando e di Oliviero paladini, un colpo di pane, con cui l'altro ieri – dic'egli — in Firenze, Cattaneo (Capitanis) ammaccò l'occhio di Guglielmo il noioso rendendo necessario un buon impiastro. In altra cobla il Figueira loda un bel colpo di giuncata, che un Giacomino, l'altr' ieri, dette a un signor Guglielmo Testapelata. Su le stesse rime, da ultimo, A. di Pegulhan applaude a un colpo di spada, col quale un signore Uggeri aveva ferito al viso e reso losco un signor Guglielmo Gotas fregiata. Che una stessa persona ricevesse i colpi di pan duro e di giuncata, che un solo Guglielmo fosse designato con i nomignoli di Noioso e di Testapelata, può darsi; è quindi verisimile che i versi del Pavese abbiano relazione, quantunque non comunanza di rime, con quelli composti dal Figueira per beffarsi dello sciagurato Guglielmo. Ma che le tre ultime coblas si debbano considerare parti della stessa serie delle prime quattro, non pare. L'occasione è affatto diversa. È vero che il Pegulhan, a sentire il Figueira deridere Guglielmo, salta su a ricordare quel famoso colpo di spada, col quale Uggeri sfregiò a lui la gota ; ma ciò non significa punto che Uggeri ferisse il Figueira nel luogo stesso, nella stessa rissa, in cui Guglielmo il Noioso, Guglielmo Testapelata fu percosso. Né poi è sicuro che a una sola rissa alludano il Pavese e il Figueira; che, voglio dire, Guglielmo ricevesse contemporaneamente da uno un pezzo di pan duro in viso, da un altro una giuncata sul capo.

In tutto questo, si domanderà, com’entra Sordello? Vogliono farvelo entrare perché anch'egli ebbe occasione e ragione di scagliar un epigramma, in cui finse di temere che il Figueira lo ferisse con la spada, con la quale era stato esso Figueira ferito dal signor Uggeri in sí malo modo, che non gli valse copricapo né visiera, e per poco non ne ebbe la gota tagliata a quarti „. Ma era proprio necessario si partisse Sordello da Mantova, passasse il Po, valicasse gli Appennini, arrivasse a Firenze, perché potesse aver notizia di quella ferita ? Trovatori e giullari capitavano spesso alle corti de' San Bonifacio e de’ Da Romano, ed essi potettero portare nella Marca Gioiosa l'aneddoto, se mai il signor Uggeri ferí il Figueira prima che Sordello abbandonasse Treviso! Ma Sordello poté sentirlo narrare anche dopo, in Piemonte, poniamo, o in Provenza, o nella Spagna, perché il Figueira non era un dappoco, e la fama de serventesi di lui, tra cui uno terribile contro la curia romana, non dovette essere scarsa; ebbe relazioni con Federico II, fu protetto in Italia dal nobil signore Torello di Strada, in Provenza da quel Blacas, la cui morte ispirò a Sordello il pianto famoso. Irascibile, schivo della compagnia“ de' baroni e della gente per bene ,, invidioso de' “buoni uomini di corte, e sempre desideroso di “abbassarli ,, il trovator tolosano dovette avere non pochi nemici, suscitare molti rancori, ispirar fiere inimicizie.

Sordello non nasconde d'essere sdegnato di un serventcse, col quale il Fi

n

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