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accompagnato nella turbata fantasia quell'avvenimento, gli angioli come pioggerella di manna si conducevano Beatrice su in cielo, e la morta rimaneva in atto d'umiltà verace, che parea che dicesse io sono in pace. Quel sogno è come lo sgomento naturale di chi ama una perfetta e fragile creatura. Udiamo dire tra le paurose madri del popolo, di qualche loro fanciulletto bello e savio oltre il costume: non può vivere; ha troppo senno. E Menandro nel verso:

Muor giovane colui ch'al cielo è caro;

e Petrarca nell'altro:

Cosa bella e mortal passa e non dura;

ripetevano a distanza di tempi il pensiero trepido di Dante:

Madonna è disïata in l'alto cielo.

Forse Dante notava nel viso della sua donna farsi più diafano quel pallore, ch'egli avea detto aver somiglianza colla perla; pallore che leggermente si muta in roseo alla luce. E ricordo questo per la rarità degli accenni alla bellezza corporea di Beatrice. Forse notava anche l'andare più stanco della persona, nella meraviglia che destava intorno a sè, quando la gente si volgeva a riguardarla. Allora egli s'affretta, s'affretta a far più delicata l'amorosa lode. E scrive due sonetti con tocchi ritmici di soavità inestimabile, con frasi formate di parole chiare

e agili sì, che la nostra lirica d'amore non ebbe mai melodie più fine. Egli stesso potè dire di quell'arte sua, che l'aveva allevata per figliuola d'amor giovane e piana. Prima che si partisse dalla terra, osò chiamar quella gentilissima col nome di Monna Bice. Nel nomignolo familiare ella si fa umana anche più graziosamente del solito; e quel nomignolo rimane nitido e caro suggello della realtà sua.

Indi a poco la morte vera, non la sognata. Dante non s'affanna con dolore rumoroso, come il Petrarca:

Ohimè 'l bel viso, ohimè 'l soave sguardo!

Non pensa alla bellezza corporea svanita. Geme sommesso co' treni di Geremia, austero e rassegnato. Ne piange colle donne e co' pellegrini che passano per la contrada. Le donne rimangono le sue pietose confidenti, e si compiace del loro compatire. Pare se ne compiacesse anche troppo! L'ultimo sonetto prende un'epica intonazione :

Oltre la spera, che più larga gira,

Vede una donna, che riceve onore,
E luce si, che per lo suo splendore
Lo peregrino spirito la mira.

E sono i versi della Vita Nuova che più s'appressano all'armonia larga, vigorosa e profonda della Commedia. Qui è il preconio e l'augurio di più alti canti. Una mirabile visione gl'im

pone silenzio al leggero cantare, finchè non dica di quella benedetta ciò che mai non fu detto d'alcuna.

Finisce qui il dolce libro. La giovinezza di certi uomini straordinari non va misurata dalla giovinezza comune, nè i loro amori dai comuni amori. A parte ebbero gioie ed affanni. Studiateli soli, non li paragonate a nessuno, e men che meno a noi, gente di piccoli tempi, di fiacche fedi, di poveri ideali. Furono sognatori, dicono: ma i loro sogni valgono infinitamente più che le nostre veglie stanche e sonnacchiose. Sognando, toccarono quel misterioso confine, da cui il divino s'irraggia senza confondersi nella universale natura, e ne sentirono in sè stessi l'aura, l'inenarrabile, il numen. Umili e superbi insieme, ingenui e profondi, attinsero alle sorgenti dell' infinito quel refrigerio che manca alle nostre disseccate intelligenze, la fede gagliarda e inconsumabile nelle cose alte, nella virtù, nell'avvenire, nella patria, nella donna, nell'amore, in Dio. Impetuosi e timidi, furono naturalmente polisensi nelle opere loro, perchè non sape. vano quale preferire e quale abbandonare dei molti e forti amori onde aveano affocato il petto. Io dico essi, i genj, i solitari, e dovrei dire l'unico Dante, poichè le opere degli altri non mi danno il divino nell'umano quanto la sua.

XI.

Altri tempi, altre cure. Le fazioni, il matrimonio, il priorato, Bonifazio VIII, Carlo di Valois, gl'incendi, i clamori della città partita, e finalmente le condanne ed il bando. Dante che aveva empito le carte giovanili della parola umiltà, imparò l'ira negl'immedicabili dolori della povertà e dell'esilio; e si levò ministro inesorabile di vendette oltre mondane. E poichè ho accennato al matrimonio, non parmi cortesia tacere di quella dimenticata Gemma Donati, che fu sposa al poeta e madre de' figli suoi. Gemma rimane amabile per la stessa oscurità in cui la lasciò il tempestoso marito. Fra le donne virtuosamente ispiratrici e le donne casalinghe, operose e modeste, corre la differenza che passa tra una bell'acqua di brillante e una bell'acqua di fontana. Il brillante è raro, è ammirato, è un lusso della vita, è un superbo dono di natura all'arte. L'acqua disseta, irrora, rispecchia nella sua semplicità e trasparenza le cose belle del cielo e della terra; ma fugge via dai luoghi che ha rinfrescato, senza chieder gratitudine agli uomini, agli uccelli, alle piante. Tutti si giovano della salubrità sua, pochi o niuno la loda: solo Pindaro nella prima delle Olimpiadi gridò: ottima è l'acqua. Il silenzio di Dante su Gemma non è però contrassegno d'animo ingrato. Un

silenzio eguale ei mantenne sulla madre educatrice e sui figli. Ma se i secoli ci avessero conservato i documenti della vita intima degli Alighieri, chi sa che non avremmo in Gemma un'altra Dora Del Bene, o un'Alessandra Macinghi negli Strozzi? Solo di Cacciaguida si gloriò Dante in cielo, e di due cognate disse parole soavi: Nella e Piccarda. Ma chi sa che lodando la vedovella di Forese, non pensasse alla bontà di Gemma, tanto più cara quanto più in bene operare rimaneva soletta la sventurata, vedova di marito vivente, gravata di tenera figliolanza? Egli sapeva che le virtù di lei erano appunto quelle di cui si sente il beneficio, senza provare il bisogno di diminuirle con versi laudativi. Non mi mutano da questa opinione le insinuazioni malevole del Boccaccio. Che il Certaldese fosse poco rispettoso alla donna, lo provano le novelle invereconde. Ma Dante, se non fu marito irreprensibile, senti almeno in cuore e onorò nel canto la santa idealità della famiglia cristiana e fiorentina. E forse quando esclamava: O fortunate! e ciascuna era certa della sua sepoltura!, pensava alla povera Gemma, diserta non per Francia ma per esilio, colla quale non avrebbe avuto comune neppure il sepolcro. Non è postuma carità interpretare per dispregio il silenzio, specialmente trattandosi d'uomo tanto terribile, che consegnò a Minos, quando lo credette giusto, i consanguinei, gli amici, ed anche chi chiamò suo maestro.

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