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IX

role e generali di critico, ma che, praticato dal poeta grande, anzi unico, forma la maraviglia d'ogni secolo e d'ogni pazione, l'orgoglio degl' Italiani, e l' argomento più aperlo e solenne della dignità dell'umana

natura.

Si dirà amore di sistema il trovare ugualmente nel Discorso del Tasso al principe Gonzaga ritratta l'indole del poeta che immaginava e ordinava la Gerusalemme? Si dica; non sarà forse detto da ognuno. Ed io intanto seguiterò a notare che la dignità e la malinconia, principali elementi al poema di Torquato, appariscono ad ogni tratto di questa, o lettera o discorso che la diciamo. Non vedele con quanto ordine egli schieri le proprie discolpe? Con quanto rigore dialettico proceda nel dichiararle ? Come all'affetto, che vorrebbe irrompere ad ogni poco, comandi di rimanere, perchè i limiti delle reciproche convenienze tra il duca e il suo cortigiano non siano oltrepassati? È Goffredo, che, in onta al privarsi d' uno dei più validi e conosciuti sostegni della santa impresa, non perdona alla giovanile ed eroica impetuosità di Rinaldo. Ma in quello che usa al cuore tanta severità, consente all'ingegno vagare, quasi direi perdersi, alcuna volta nell' arguzie, o per lo meno nelle impercettibili sottigliezze. E scrive tuttavia da una carcere! E scrire tutta via divorato dall' onta di vedersi connumerato tra i pazzi ; egli de' più elevati ingegni che

Aut. che rag. di .

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avesse il mondo! Nè l'ingratitudine della corte, o la durezza del suo principe, il fa incredulo alle forme e alle distinzioni pattuite; come il gladiatore che agon nizza composto, egli, dall' umida cava di Sant'Anna e tra gli urli de' farneticanti, tratta la propria difesa come se in una delle sale del castello ducale, tra il bisbiglio approvatore e i sorrisi delle amabili dame. E tuttavia letta questa nobile e studiata difesa, ti senti tocco, oltrechè da convincimento profondo, da pieta viva, e assolvendo l’illustre carcerato, non resti di piangere, e oltre al pronunziare : se' innocente; soggiugni : sei sommo; non diversamente da quando al leggere il poema, architettato con tanto artifizio, e con regolarità tanto minuta, e in onta a tanta corrispondenza di caratteri, a tante descrizioni indeterminate nella loro stessa precisione, a tanti versi spiacevoli nella loro piena sonorità, a tante frasi ineleganti perchè forbite, a tante voci ignobili perchè elettissime, e a tante altre consimili contrapposizioni, parte troppo proclamate, parte troppo taciute dai critici, conchiudi dicendo: sei grande, sei immaginoso, sei appassionato; il secolo ingrato ti disconobbe; chi sa quante altre età passeranno prima che una ne venga cui sia possibile di commettere uguale ingiustizia!

Chiusa e profonda come la premeditazione necessaria all' uccisione del duca Alessandro, acuta e incisiva come la punta del pugnale che la consumò, è la

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Apologia di Lorenzino. Quanto in essa trovò d’eloquenza un famoso postro scrittore contemporaneo non sarà forse trovato da tutti, perchè non tutti forse ristringeranno l'eloquenza a que limiti che quello scrittore mostrò di averle assegnati: ma non saravvi alcuno cui non sembri notabilissimo lavoro letterario l’Apologia, e tale da far essa sola testimonianza della forza intellettuale, del sentire gagliardo, de' nobili studii di chi la compose, e capace di procurargli fama immortale. Spicca in essa, olire la schifosa persona del tiranno, la tetra e solitaria dell'uccisore; di cui appena un fuggevole lineamento traspariva tra la gioia beffarda del prologo dell? Aridosio; nel quale, proemiando ad una commedia, annunzia la tragedia imminente a cui sarebbe stata teatro Firenze. E al leggere la difesa, senti di giả, nè saprei bene assegnarne il motivo, che lo scrittore dubitava non poter essa bastare a salvarlo dalla collera persecutrice de' suoi nemici. Beosì la diresti destinata al tribunale dell'impassibile posterità ; tanto procede grave e secura, senz'appello a nessuna guisa d'amici, tranne quelli che in ogni tempo avessero in odio l' usurpato potere, e i vili misfatti compagni all'usurpazioni.

Tatta serenità, gaiezza, e dirò anche splendore di letterarie eleganze, è all'incontro la Vita breve che di sè scrisse Gabriello Chiabrera. Nuovo al pari in questa prosa, e più forse, di quello siasi mostrato rifacen

do italiani (mi si perdonerà questa frase?) Pindaro e Anacreonte. Tu il vedi cercatore studioso d'eletti modi, dominato da piacevoli fautasie, piacevole fautore, senz' abbiettezza, delle dignità e del potere; umano ancora, e schietto, e gentile, e soprattutto innamorato dell'arte, e tutto dedito ad essa. Le distinzioni meritate, anzichè comperate a prezzo della propria dignità, mostra di valutarle oltremodo; delle illustri amicizie si applaude ed esalta, qualunque sia la specie del lustro; e tuttavia, con volo veramente pindarico, dal fascino delle anticamere eccelse si riduce alla sua riviera, a’suoi poggi, all' aere temperato che circonda la sua casetta, al modesto suo censo, a' suoi libri, a’ suoi versi, alla sua indipendenza. Ma che vo io preoccupando l'animo altrui, e indugiando il sicuro diletto della lettura ?

Nel riprodurre la Lettera del Galileo alla granduchessa di Toscana, meglio che compensare il difetto delle più riputate edizioni del sommo matematico, che ne vanno senza, intendiamo porre sottocchio al lettore un esempio di modestia rara, non disgiunta da nobiltà d'animo e di forme di ragionare e di scrivere. Parrà a taluni la difesa troppo minuta, e cercato troppo valido appoggio a proposizioni cui bastava accennare; ma ciò fa pensare agli uomini e a' tempi. Per questo ancora non abbiamo tolte via alcune lunghe citazioni latine, tuttochè fosse questo a principio il

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nostro divisamento. Chi se ne trovasse noiato non ha che a passar oltre. Non mancheranno all'incontro lettori, cui piaccia trovare nella sua interezza ogni cosa, tanto più, il ripetiamo, trattandosi di scrittura non facile a rinvenire. Avremmo potuto ricorrere ad una scelta di passi tratti dall' opere dell'autore stesso, che più facilmente ci dessero l'immagine del suo animo e de' suoi infortunii ; ma que passi, quell'animo, e quegl' infortunii sono nella cognizione d'ognuno. E

per altra parte ci è sembrato che meglio lorpasse all'intento del nostro volume, e alla varietà, questa lettera così distesamente dichiarativa il modo onde procedeva l'intelletto d'un Galilei, e come pesava le accuse che se gli davano anche ingiuste, e come stimava doverle ribaltere, e a cui ricorrere, e con quali scritture. Tutto da notare, e tutto fecondo di ammaestramenti.

Una vecchiezza stanca delle dignità, delle magistrature, delle lettere, della gloria e del mondo, detta il Soliloquio che tien dietro alla scientifica discussione del Galilei: Che fo io? Che penso? Che aspetto con quel che segue, dopo un'intonazione che sembrerebbe ricopiare il petrarchesco:

Che fai? Che pensi? Che pur dietro guardi
Al tempo che tornar non puute omai,
Apima sconsolata?

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