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Vedendo , che il Leon riunirebbe, Animali di merto singolare
E che il Cane primier fra gli animali In noi trovaste qualità bastanti
Sotto il regno di lui ligurerebbe, Sugli altri per eleggerci a regnare,
Se finchè quei parlò non l'interruppe, Che al pubblico voler noi non dobbiamo
Alfin levossi, ed il silenzio ruppe; Opporci , di già noi lo sapevamo.
E disse ; che politica , e ragione

Ma quanlunque non senza repugnanza
Altamente esigean, che fosse eletto Prestiamci ad accettar l'alta incombenza,
Re di tutti i quadrupedi il Leone, Assicuriamo tutta l'adunanza
E che la scelta di si gran soggelto

Della nostra real riconoscenza,
A tutta la savissima assemblea

Sicuri che alcun mai non osera
Merito sommo , e sommo onor sacea : Lagnarsi della nostra maestà.
Che del Leon le qualità sovrane

Riguarderemo i nostri amati e cari
Ella avanti il consesso esposte avria, Sudditi come amici e come figli,
Se l' egregio orator, se il savio Cane Invitandogli ognor ne' gravi aftari
Con cotanta eloquenza , ed energia A giovarci coll' opra e coi consigli;
Fallo già non l'avesse in miglior foggia; E sceltro rilerrem corona e trono,
Ch'ella perciò del Can l'arringa appoggia. Qual deposito sacro, e non qual dono.
Con elogi magnifici e pomposi

Perciò sulla real nostra parola
Poscia esaltó quel nobile animale Giuriam di mantener quant'abbiam detto.
Su gli animai più forti è più famosi, Giuriam che ognor del nostro oprar la sola
Ed al suo ragionar die' un giro tale,

Brutal felicità sarà l'oggetto;
Che esagerate sempre e lusinghiere E tullo ciò giuriam nel tempo stesso
Eran le dale lodi , e parean vere. Che abbiam promesso, e non abbiam
Alla Volpe, ed al Can lutti applaudiro; promesso.

tri,
Ma quei che conosceano e l'una, e l'altro In compenso speriam che ciascun mos-
Sotto i balli ridean, poichè capiro Senza punto aspettar che se gli dica ,
Altro non esser, che artificio scaltro, Cieca sommissione agli ordin nostri ;
Apparenze fallaci , e nomi vani,

Poiche se mai che alcun ci contraddica Gentilezza , e amistà fra Volpi e Cani. Sofierto non abbiam come Leone,

Fu pertanto il Leon re proclamato Figuratevi poi come padrone. Dall'assemblea quadrupede elettiva; Che il bel discorso che il Leonc lenne E il Cane allora, a perdita di fiato, Facesse impression, son persuaso, Evviva, grida , Leon Primo! evviva! Ma a noi, che in ogni occasion solenne E tutti con isforzo di polmone,

Ripeterlo ascoltiam, non fa più caso; Viva il Leon , gridår, viva il Leone! Chè son per noi cose usuali e vecchie,

Ma il Leone, che un lacito contegno Ed assuefalle omai v'abbiam le orecchie. Tenulo sempre infin allora avea,

Ma le proteste di bontà, d'amore, Poichè si vide assicurato il regno

A quella brutal turba in ciò novizia
Dal volo general dell'assemblea,

Parean sincera ellusion di core,
In pie rizzossi , la criniera scosse , E di gia ne facea la sua delizia,
Mostró le zanne, e per parlar si mosse. E alzo concordemente ancor maggiori

Non si losto si vide e si comprese E gli applausi, e gli evviva , ed i clamori.
Che il re novello a favellar s'accinge, Il lielo grido universal fe'l'eco
Ciascun s'atlolla, e innanzi a orecchie tese Rimbombar per i colli e per le selve,
Per udir cio ch' ei dir volea si spinge; E per ogni vallon, per ogni speco :
Conie creduli a udir stavan gli Achei Onde esultar di giubilo le belve,
Se parlavan dal tripode gli Dei.

Che solto d' un padron ciascuna spera
E quei sentissi il cor si dilatato Goder felicita stabile e vera.
Da un intestina espansion reale,

Pel grand'amor verso il padron novello
Che avendo sempre in singolar parlato Pianser di tenerezza, e fra i più grandi
La prima volta allor parlo in plurale, Piaceri non trovår piacer più bello,
Quasi che il singolar più non convenga Quanto avere un padron che le comandi;
Ad un sovrano, e ch'ei plural divenga. Cui se otiriran la pelle, il pel, la vita,

Giacche, disse quel fier, fra tanti e tanti Sarà accellata ognor, se non gradita.

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E voti fer con umide pupille

Eran l'idee più chiare e meglio espresse Concordemente al Cielo, acció conservi Nelle parole sue più savie e dotte, Al diletto padron mille anni e mille Le naturali secrezioni stesse Buon appetito, e vigorosi nervi : Eran più regolari e più concotte : 0 buone bestie! oh quanto a voi fa onore E da' meati o dagli augusti pori La sensibilità del vostro core !

Spira gentil soavità d'odori. Ob preziose lacrime! in vederle

Parea d' ambrosia e nettare nutrito; Cader dai vostri grugni, intenerisco; Parea celeste succo, e l'ammiranda Son gemme, son crisoliti, son perle; Entro il nappo di Giove aver sorbito Cara brutalità del tempo prisco,

Dell'immortalità sacra bevanda. La virtù , il sentimento, e i dover suoi Quasi in Nume converso anche il direi, Alla posterità lu insegnar puoi.

Se coda e zampa avessero gli Dei. Fenomeno si vide allor mirabile, Conciossiachè la qualità regale Che ammeiter forse or non vorrà la critica, È un caustico adustivo, un assorbente , Ma autentico si rende e incontrastabile Un corrosivo, un dissolvenle tale, Dalla storia brutal pre-adamitica , Che tutto ove s'attacca interamente Che tratta fu da una pagoda antica, Dissa , discioglie, annichilisce e sforma, Eilcome e il quando uopo non è ch'or dica. Ed in sé l'immedesima e trasforma. Non si tosto il Leon fu eletto re,

Laonde tuttocio che preesiste Che un uon so che di dignità celeste In un re si distrugge , e si rinnova : Lo circondo , lo penetro, gli die' Quindi d'allor che un re Leone esiste, Maestà lal che in lui creduto avreste Chi in lui cerca il Leone , il re sol trova. Esser in nuova inesplicabil guisa Tal se talun zucchero o sale adacqua, Seguita metamorfosi improvvisa.

Zucchero e sal non trova più, ma l'acqua. Incredibil diró cosa, ma istorica : Che quell'onnipotente non so ché, Dintorno nitidissima si sparse

Quell'immensa immortal virtù infinita, Alla criniera sua luce fosforica,

Che non si sa capir che diavol'è, Chei bafli, e il pel gl'illumino, non gli arse; D'infondere è capace e moto e vita Sfolgorår gli occhi rilucenti e belli, A pigra e fral vilissima materia, Che di Leda parean gli astri gemelli. Cbe a pensarvi... per Bacco! è cosa seria.

Non altrimente anche al figliuol d'Enea Ed io di più scommetterei che se Seappato dal famoso incendio d’lio, Quel bestial collegio avesse eletto, Lucida fiamma intorno al crin splendea , Invece del Leon , l'Asino re, Siccome piena fe fanne Virgilio.

Veduto si saria lo stesso effetto; Quel portentoso scintillante fregio E viste avrem le stesse qualità Emblema fu del diadenia regio.

Nell'Asin divenuto maestà. Spuntano i fior sull' arido terreno

Forse I! fuoco cosi tolto dall' etra Ovunque l' orina riverita ei stampa, Per lo furto fatal di Prometeo , E in erba fresca si converte il fieno : Fredda animando ed insensata pietra, Ogni ruscel viengli a lambir la zampa ,

Una donna bellissima ne seo, E dell' auretta il dolce mormorio

Onde spirar si vide e senso e vita Par che susurri : vo' baciarti anch'io. Dello scultor sotto la mano ardita. Ora se il Ciel la potestà sovrana

S'allollár tutti intorno al re animale Venera a cotal segno anche in un bruto, I sudditi animali , e chi invittissimo, Che fia d'un re che la figura umana Augusto, potentissimo, immortale , Dall'amica natura abbia ollenuto ? Chi 'l disse gran Leon , chi Leonissimo; E sol da questo imparino i mortali E accio sopra di lor noi non restassimo, A venerare i prenci anche animali. Vi fu infin chi chiamollo ottimo massimo.

Fatto ch'ebbe il Leon l'immenso passo, Fissi tutti gli sguardi erano in lui; (Poiché, secondo giustamente io penso, A lui tutti i pensieri eran rivolti, Passar a un grado altissimo dal basso, Come se nulla l'esistenza altrui , Come a re da privato e un passo immenso) E dileguati , e nell'oblio sepolti Ad onta della solita apparenza,

Fosser tutti gli oggetti , come suole Animato parea da un'altra essenza. Sparir ogni astro all' apparir del Sole.

Ma regal maestà mista con grazia , L'augusto grifo e la sovrana branca. Quei dispiegando nel sereno aspetto , Rilevava ogni moto, ed ogni detto, Sorridendo li accoglie, e li ringrazia , E lungo vi facea vario comento; Talchè guadagna di ogni cor l'affetto : Tutto grande, mirabile, perfetto, E se fra gli altri alcun più degno scorge, Tutto è stupendo in lui, lutto è portento; Oh clemenza! la zampa ancor gli porge.

Ne si stancava mai di proferire Allor confuso susurrio si spande : Pomposi elogi dell' eccelso sire. La zampa il re?... la zampa.... si la zampa; Parea che al mondo più non esistesse E ad alto si magnanimo e si grande Idea di ciò che pria si fe', si disse; Ciascun perluid'amor, dizel più avvampa. E che d'ogn'altro allar, d'ogni interesse Ed in tutti i suoi detti , in tulle l'opre Le cure il nuovo re lutle assorbisse; L'alta bontà del suo bel cor discopre. E che un essere sol fosse in natura,

Ah come mai d'infantil gioia e lieve E il resto poi secrezione impura. Vi puole, o bestie , infatuar cotanto Né s' intendea qual magico prestigio L'illusion d'un falso ben , che in breve Nei liberi animai cangiato e vinto, Cangiar dovrassi in vero duolo, e in pianto? Con sirano inesplicabile prodigio, E altin accorti dell'error, vorrete

Avesse il natural libero istinto : Scuotere il giogo allor, ma non potrete.

Filosofia vi studio fin'ora, Dei quadrupedi sudditi la folla Nè il gran problema ha risoluto ancora. Tutta seguir volea l'orme sovrane, Ma il Leon nol permise, e congedolla , E gentilmente indi rivolto al Cane, Amico , gli dicea , tu vieni meco;

ORIGINE DELL'OPERA. Di molti e gravi allari ho a parlar teco.

Tosto maggior si leva il susurrio : Ha detto amico al Can! con maraviglia Va ripetendo ognun: L'ho udito anch'io : Poichè impresi a narrar slupende cose Si, si, gli ha detto amico, altri ripiglia; Della più oscura antichità rimota , E il Can ciascun invidia , e fra sė dice, Che strane parran forse e favolose, Ob fortunato Cane! oh Can felice! [go, Vo' la vera sorgente a voi far nota

Mail re col Can volgendo agli altri ilter- Ond'io le trassi ; perché in mio pensiero Da picciolo corteggio accompagnato,

Non cadde mai di farvene mistero,
Incamminossi al suo selvoso albergo, A pochi de' cronologi più esalti
Per accudire ai varii aflar di stato; Son noti d'un autor preadamita
Chè con eroiche gesta e fatti egregi I compuli, ch' ei dice d'aver tralli
Vuol la gloria ecclissar de' piu gran regi. Da un poeta antichissimo ch'ei cita :

Vanne la regal bestia, e a farle omaggio E su, giusta la sua cronologia,
Avanti a lui spargono il suol di fiori Seicentomila e più secoli pria.
Le quadrupedi ninse in sul passaggio; L'opre dell'antichissimo scrittore
E fanno intanto gli asini canori

In un incendio semi-generale, Di concenti suonar l'aere d'intorno,

Centomil' anni a!men, salvo ogni errore, Finch'ei non giunga al suo real soggiorno. Perir dopo sua morte naturale; E ogni qual volta in valle, in monte, in Ne fa mica stupor che cio accadesse, selva,

In tabelle di legno essendo impresse. Le belve del quadrupede dominio

In quell'incendio erribil spaventoso S'incontravano poi con qualche belva Ad una biblioteca il foco giunse Che stat' era presente allo squitlinio, D'un letterato a quei tempi famoso, Discorsi interminabili , infiniti,

E con molte opre, quelle ancor consunsa E domande facevanle, e quisiti. Del citalo da noi poeta critico

Quella allor gli alti pregi esalta e loda Storiografo-cronologo-politico.
Del novello adorabile sovrano ;

L'autor preadamitico assicura
Il capo or ne descrive, ed or la coda , Che quel bruciato computo parlava
Or la criniera ed ora il deretano , D'una rivoluzion della natura,
Or l' alta dignità quando spalanca Che peraltro non ben specificava :

Onde non si sapea se la produsse

Allorché senza aver commesso fallo O acqua , o fuoco, o cosa diavol fusse. La terza volta si sentì frustare;

Si sapea sol tre cento mila e cento Parla spesso la gazza e il pappagallo, Secoli pria la cosa esser successa, E spessissimo udiam, per terminarla, E che in quel general sconvolgimento Anche tra noi qualche animal che parla. Cangio natura la natura stessa,

Chi non sa che Apollonio il Tianeo (3), E tutti gli animai, che come noi

Di cui scrisse Filostrato la vita,

Oltre cose mirabili che feo, Ma invece di loquela altri il ruggito, Onde Europa rimase e Asia stupita , Altri il ragghio, altri l' urlo, altri ebbe il Se udia garrir gli augei, li comprendea, fischio,

E cosi ben, che nato augel parea. Chi lairato, chi strido, e chi muggito, Oh se d'allor che il mondo principio ebbe Chi il gracchiar, cbiil soffiar, chi un suono

Di tai rivoluzion storia esistesse, mischio;

Oh come maestosa ella sarebbe ! Ma ognuno istinto ed indole ritenne, Qual nel lettor pensante alto interesse, O gusto lal che da natura otlenne.

Qual stupor desteria , qual meraviglia! Par bestie conosciam che ben sovente Ma storico a ciò fatto ove si piglia? Han poi ripreso il lor linguaggio antico; Or quando dietro al mio cronologista Parlando otierse il tentator serpente

A stender questi Apologhi mi misi, Vietato frutlo, o mela fosse o fico, Non altr' epoca mai presi di vista Ad Eva che sedotta Adam sedusse, Che quell'anteriore a detta crisi : Lo che produsse poi quel che produsse.

Ficcatevelo ben nella memoria, Ne mi si venga fuor con la Scrittura, Quel che apologo e in oggi, allor su istoria. Che Satanasso per parlar con Eva

Ma son discreto, e non mi ostino a dire Triplicandosi presa la figura

Che tutto vero sia quello che dico; Di donna a un tempo e di serpente aveva :

Perché so ben ciò che suole avvenire Diavolo, donna, e serpe a far parola

Se si parla di tempo troppo antico :

E altin avreste voi forse in pensiero Furon tre specie, e una persona sola.

Tutto esser ver ciò che si tien per vero? Qual incredulo é mai che oggi non creda Che parlasse Nabuc cangiato in bove?

Sovente i più comuni avvenimenti, Con Europa parlo , parlo con Leda, (ve; Che sott'occhi veggiami, tocchiam con maQuando in cigno, ed in bue cangiossi Gio- In modi raccontar si dillerenti [no, E talor forse forse al par di loro

S'odon, che il ver se ne ricerca in vano; D'Apuleio parló l'Asino d'oro.

E quando appien tu credi esserne istrutto, Tutle quante parlår le bestie in cui Circostanza scopriam che altera il tutto. Incarmossi Visnu l'indico nume:

I fogli periodici leggete Di render vaticini arcani e bui

Itali, galli, ispani, angli, tedeschi, Deificate bestie ebber costume.

Ove con fedeltà trovar credete Ne annali mai rivolgo, antichi o nuovi, Esposti i fatti più sicuri e freschi : Che parlanti animali io non vi trovi. Eppure infedelta sol vi si vede,

Ne qui favellerò del Simorganca(1), E contraddizione e mala fede. Quel parlator maraviglioso uccello,

Questi l'error per ignoranza ammette, Che tanto oprò col rostro e colla branca, Quei mente per passion ; quei per paura ; Quando il gran Tamirat montò su quello, Chi per malizia tace, altera, omette, E i giganti sconfisse il Perso eroe, Chi per adulazion tutto sfigura : Che fu il terror delle contrade eoe. Eillalso adorna, e appena il vero accenna, Ne il bue (2) di Livio rammentar qui Chi alfine a prezzo vil vende la penna. voglio,

E perche poi si spoglia e si dispensa Ne il can parlante al tempo di Tarquinio, D'ogni indulgenza quei che legge o ascolta Ne il corvo che applaudi nel Campidoglio Cosa accaduta in lontananza immensa, Del tiranno di Roma all'assassinio; E fra profonda antichilade involla? L'irco di Friso ed il caval d'Achille, Perché piultosto che trarne profitto, E mille ancor simili esempi e mille, Cercar di farne allo scrittor delitto ? L'asina di Balaam s'udi parlare,

Meglio non è, se cosa v'è che spiace,

Una tranquilla indifferenza tacita

Forse a talun potria venir sospetto, Usar, che fiele e critica mordace?

Che del bramin l'Inglese a forza d'oro E se cosa v'è poi che vi capacita,

Saputo avesse comperar l'alletto, Perchè non l'adottar? ben si consiglia Di che sappiam che avidi son coloro; Chicauto il mal rigetta e al ben s' appiglia. Ma intaccarne non vo' la probità,

V’equalche storia in ver che a prima vista E lascio al luogo suo la verità. Può mendace parer ed illusoria,

Dal gran bramino stesso ei fu introdutto
Come quella del mio cronologista; Nella primaria delle lor pagode,
Ma quella stessa animalesca istoria E appieno fu da quel gran prete istrutto
Spesso al racconto util riflesso intreccia , Di ciò ch'altri non vede, altri non ode;
Sotto quella simbolica corteccia.

Vide gl'impenetrabili recessi,
Io per lo vostro onor suppor non voglio Ove a nessun son liberi gli accessi.
(E gli apologhi miei sian pure inezie) Vide de' tempi più remoti e bui
Che sdegniate ascoltar per vano orgoglio I monumenti di mister profondo,
Dalle parlanti animalesche spezie

E il Zendavesta ei il Vedam, di cui
Le verità politiche e morali,

Tanto parlo, si poco seppe il mondo; Per non dir: Leapprendiam dagli animali. E gli alti arcani donde i dogmi suoi

Men val dei fatti il letteral racconto, Trasse l'Egitto pria, la Grecia poi. Che la moralità ch'indi dee trarsi :

Indi in un de' più intimi sacrari , Men di minuzie istoriche fo conto,

Ove inoltrarsi anche al bramin si vieta, Che de' riflessi a tempo e loco sparsi : Geroglifici vide e emblemi vari, San leggere e ascoltare i meno istrutti; Impressi in certe tavole di creta Rifletter, profittar non è da tutti.

Che dal tempo pareano in parte rose, Ma d'opere e d'autor preadamitici Gelosamente a mortal occhio ascose. Giammai notizia non avendo intesa ,

Onde disse, rivolto al sacerdote : Stupiran forse i cacadubbi stitici;

Deh quali strane cifre sconosciute, E la cosa sarà da talun presa,

Quai caratteri veggio e strane note Se il vero ben addentro non adocchia, In tanta qui venerazion tenute? Per una solennissima pastocchia.

A cui il bramin : Cosa hai veduto omai, lo pertanto che sono in certi punti Che altri non vide e non vedrà giammai. Scrupoloso all'eccesso e delicato,

Sacro al gran Brama e prezioso è questo E che amo dalli miei più astrusi assunti Monumento di secoli a migliaia, Uscir felice, o almen giustificato; Ignorato dal mondo unico resto. Ciò che dissi lo replico, e son pronto Ciò basti, e quanto udisti assai ti paia ; Di quanto hovvi asserito a render conto. Fissi i confin sono al saper umano, Son settant'anni e più che un ricco In- Più non cercar che cercheresti invano. glese

Cosi disse il bramin, e con quel dire Giunto del Gange alla famosa sponda, Nel curioso viaggiatore inglese Scorse il Bengala e l'Indico paese, L'impaziente di saper desire E i regni del Carnate e di Golgonda, Più stimolo, più vivamente accese : E del Coromandel la costa tutta

Chied' egli instantemente, insiste e prega, Dal capo Comorin fino a Calcutta. E di persuasione ogni arte impiega. Su i governi di quelle nazioni

Vinto da tante istanze allin, Tu chiedi, Nuove acquistò notizie e nuovi lumi; Il bramin disse, un'impossibil cosa: L'origine indagonne e le ragioni, Sacri arcani caratteri qui vedi Linguaggio, indole, riti, usi, costumi, Di lingua a ogni mortal vietata e ascosa ; E de' bramini il venerato occulto

Solo l'intelligenza a poche elette Sacerdotal misterioso culto.

Alme fuor del comun se ne permelle. E cola del bramino principale

La sacra lingua sol d'intender lice (Per quai mezzi non so, ne per qual via) Alla sacerdotal suprema casta , Tale stima acquistossi e aflezion tale, Dell'umano destin regolatrice. Che l'elletto parea d'una malia;

Virtù , merto, talento a quei non basta Ne del giovane Inglese il vecchio Brama Cui dentro la comune ignobil massa Contrariar sapea capriccio o brama. Di minor casta il destin getta e ammassa.

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