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Chè il fiume col fragor di sua caduta So ben che faccio ogni sforzo che posso Fa divenir la gente e sorda e muta. Per non mettervi fin le mani addosso.

Là potreste suonar gighe e furlane, E io potrei provar con più d'un passo Là far trilli, passaggi e ricercate , E cogli esempii tratti dal Vangelo, Che quelle nazion catadupane

Che per toglier lo scandalo ed il chiasso, Non udirebher le vostre suonate,

Non saria riprobabile tal zelo,
Nè potrebbe distinguersi tra' sordi Chè talor la mia testa entusiastica
Il vostro suon se accordi o se discordi.

Si picca anche di storia ecclesiastica. Ma qui tra noi nella canora Italia,

E so che Cristo colla sferza in mano Ove armonica abbiam l'anima e i sensi, Cacciò dal Tempio, a forza di frustate, E dove appena usciti siam di balia Color che vi facevano il baccano Par che cantori a divenir si pensi; Vendendo alle persone ivi adunate Un falso tuon da più fastidio e smania Di polleria venale ampio apparato, Che un febril parossimo, un' emicrania. Come alla fiera stessero o al mercato.

Cosa il vostro guardian, cosa diria , E forse Egli provo con questo esempio, Se in cattedra montar volesse il cuoco, Che color che vi fan confusione E ai novizi sipegar teologia,

Si devono cacciar fuori del Tempio La pentola e il paiol lasciato al fuoco, A forza anche di frusta e di bastone : E in vece di trattar la cazzaruola, Or dunque giudicar lascio a voi stesso Far pretendesse il baccelliere in scuola? Se trattarvi del par non sia permesso.

E pure a un cuoco accorderei piuttosto Se suonate un'antifona, un mottetto, Che in cattedra dicesse uno sproposito, Un vespero , una messa , un tantum ergo, Che in cucina sciupar lesso ed arrosto, Si suscita uno strepito ed un ghetto Ed intingoli far malapproposito ;

Nel luogo sacro e d’orazione albergo, Più gravemente assai mi par che pecchi, Che la chiesa si cangia in sinagoga, Se alcun ci strazia l'anima e gli orecchi. Onde in risa ed in belle ognun si sfoga. Il confuso rumor di fuse e crome,

Credea talun che l'armonie celesti Il disgustoso orribile frastuono,

Che con i moti lor fanno le sfere, La dissonanza irregolar, cui nome Modello sian dell'armonia di questi Usate dar di musica e di suono,

Terrestri accordi che ci dan piacere; Con tal forza il cervel mi urta e mi pesta, Ma quel vostro suonar cosi bestiale, Che per gran tempo mi rimbomba in testa. È d'un gusto diabolico e infernale.

Cosi chi lungamente ando per barca, Quando un tempo a suon d'organo e di Ed il contrasto udi d'Allrico e Noto,

cetra E poi sul patrio lido appena sbarca, Intuonava i suoi cantici il Salmista, Per grazia ricevuta appende il voto; In cui talor da Dio perdono impetra, O dorma solo o colla sposa insieme E s'allegra talor, talor s'altrista , Sempre gli sembra udire il mar che freme. Con armonico suono e dolce canto

La musica, che ha origine celeste Destava in Israello or gaudio or pianto. Ed è si bella e dilettevol cosa,

E se laudate in cymballis dicea, Deforme in guisa tal voi la rendeste,

Dicea benè sonantibus ancora, Che in vostre mani è divenuta esosa; E con ciò chiaramente dir solea, Le avele tolta e grazia e leggiadria , Che nella chiesa, ove il Dio si adora, E non si sa che diavolo si sia.

Non si deve far strepito insolente, Mi ricordo aver letto in un autore, Ma si deve suonar soavemente. Che, se Alessandro Magno il suono udia, E nel di della gran dedicazione Montava in tanta collera e furore

Un grato suono d'organi s'udia Che dava sempre in qualche frenesia : Nel tempio risuonar di Salomone, L'ira che in lui destava il suono, or voi Che l'aere intorno di docezza empía. Col vostro suono la destate in noi.

E il popol rispondea in varii modi, Che se non fosse pel timor d'Iddio Lieto cantando del gran Dio le lodi. E per riguardo alle genti del mondo, E in vero quando è il suon soave e grato Quando vi odo suonar non so quel ch'io Cagiona inesplicabile dolcezza, Farei spinto da strano estro iracondo; E un sentimento molle e delicato,

gran

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Ed un moto nel cuor di tenerezza; Almen dareste agli uditor profani,
Ma se il suono non è grato e perfetto Saltimbanchi imitando e ciarlalani.
Sollecita la collera e il dispetto.

Rammentar col vostr' organo mi fate
Quindi se in chiesa qualche sinfonia D’Astolfo il corno, che quando s'udía
Coll'organo suonate, io fo scommessa Fuggivano le genti spaventate,
Che per la rabbia il popolo va via. Ei cuori più costanti intimoria,
E perde bisognando anche la messa; Ed ognuno a quel suon fuggia veloce
Onde il suon ch'eccitar dovrebbo al bene Come i diavoli fuggono la croce.
Occasion di scandalo diviene.

Mainnoltre il vostro suon fastidio apporTalora alla campagna il villanello Ai bruti, e in lor produce efletti strani, D'un campanaccio al suon raccoglie e Chè al liminar della sacrata porta chiama,

Spesso quando suonate urlano i cani , Al solito alveare od al coppello

Come sogliono fare allorchè tuona, Qualche sbandato stuol d'api che sciama; O loro altro rumor l'orecchia introna. Ma voi col suon dell' organo fugate

Se suonando la cetera Antione Le genti nelle chiese radunate.

Corse il tonno ad udir, corse il delfino; Che se smania si strana e insuperabile Se colla lira Orfeo calmo Plutone, Desta l'organo in voi, perchè piuttosto E addormentò il trifauce mastino, Non vi comprate un organin portabile? Il vostro organo dà tali molestie Che non potrebbe incomodarvi il costo, Che fa lungi fuggire uomini e beslie. E, sempre che si vuol, suona qualora Risoluzione adunque, e fate voto Si giri un certo manico di fuora.

Non esser più coll'organo molesto, Con tal organo in collo il vagabondo E non turbare il popolo devoto; Terrazzan di Germania e di Savoia Ed agli altri tre voti unite questo; Assai sovente errando va pel mondo; Ma vorrei, per parlar tra voi e me, Con quello voi minor fastidio e noia Che l'osservaste più degli altri tre.

POESIE LIRICHE.

ANACREONTICHE.

XON CURA IL POETA DI CANTAR GUERRE OD

ARTI, MA SOLO CANTA DI AMORE PER PIA-
CERE ALLE DONNE.

Sparger possa i versi miei
Di quel vezzo e di quel brio,
Dono sol de' sommi Dei;

Sicché mai del compiacente
Genio vostro io non abusi,
E non stanchi a voi la mente
Con pensieri oscuri, astrusi :

Ma si appaghi e si riposi
La tranquilla fantasia
Su i concerti dilettosi
Della facil poesia.

Ne crediate, o donne care,
Ch'io nel cor nutra desio
Che varcati e monti e mare
Sia famoso il nome mio :

Gli alti pregi io non mi ascrivo
De' gran vati e degli eroi :
Donne mie, s'io canto e scrivo,
Scrivo e canto sol per voi.

A FILLE

Io non vo' di squadre armate
Cantar l'ire sanguinose,
E le guerre

detestate
Dalle madri e dalle spose;

Ne cercar vo' negli oggetti
Che al mio sguardo offre Natura ,
Di si strani e varii effetti
La cagione incerta , oscura.

Gaio umor, placido ingegno
A me dièro amici i numi,
E da grave aspro contegno
Alienissimi costumi.

Cantar vo' di Dori e Fille,
Ed esporre in dolce stile
Idee facili e tranquille,
Grate sempre a un cor gentile;

Aureo crin , pupille nere,
Molli sdegni e molli amori,
Cose tai che con piacere
Legger possa e Fille e Dori.

Donne belle che ascoltate
Di mie rime il vario suono,
Se mie rime a voi son grate,
Più non vo'; contento io sono.

Abbia pur suo nobil vanto
La famosa argiva tromba,
Che cantó quei che del Xanto
Su le rive ebber la tomba.

Nė men denno in pregio aversi
Quelle menti alte e divine
Che raccor potêro in versi
Filosofiche dottrine :

lo temprar di quella cetra
Vo’le corde argute e pronte
Per cui va lamoso all'etra
L'amoroso Anacreonte.

Pien di grazia e di vivezza Canti Bacco, o canti Amore, Di un piacer, di una dolcezza Sempre nuova inonda il core.

Voglia il Ciel che in parte anch'io

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Su i campi libici
Ampie semente,

E ognor fa a Cerere
Voti e promesse,
Se giunga a mietere
La ricca messe :

Chi sotto il carico
D'elmo e lorica
Affronta intrepido
L'oste nemica;

Onde alto e celebre
Onor riporte,
Che a

prezzo vendesi
Di sangue e morte :

Chi fra giuridici
Studi s'involve,
E l'altrui dubbia
Ragion risolve :

E chi ognor vigile
In suo pensiero
Sostien le pubbliche
Cure d'impero.

lo, finché Apolline
Carmi m'ispira
Al suon di eburnea
Etrusca lira,

Finché spregevole
Non mi deprime
Povertà sordida,
Che i spirti opprime,

Non curo i splendidi
Fastosi onori,
Di Creso e di Attalo
Sprezzo i tesori ;

Ne me fra vigili
Cure vedrai
La pace perdere
Del cuor giammai ;

Nė dietro correre
A un dubbio bene,
Frutto tardissimo
Di lunghe pene.

Ponmi fra gli orridi
Geli di Scizia,
O nella inospita
Arsa Negrizia;

Ponmi fra i strepiti
Di città lieta,
O in solitudine
Tranquilla e cheta :

Ognor lietissimo
Ognor beato
Vivrò nell'aureo
Mediocre stato.

Tra lusinghevoli
Desir fallaci
Passano, o Fillide,
I di fugaci;

E intanto perdesi
Ogni momento,
In cui non godesi
Pace e contento :

Perciò, se placide
Mi volgi, o Fille,
Quelle bellissime
Care pupille;

Se i pronti cantici
Mi detta Amore,
Loquela armonica
Di un lieto core;

Benchè la frigida
Vecchiezza il crine
Mi venga a spargere
Di bianche brine,

Sul verde margine
Del tosco fiume,
Ripieno l'animo
Del sacro nume,

Spesso fra i lirici
Canori vati
M' udirai tessere
I carmi usati :

Udirai spandere
La cetra mia
Anacreontica
Dolce armonia :

E sempre, o Fillide, Sarai , qual sei, Soggetto amabile De' carmi miei.

A DORI

STUDIOSA DI FILOSOFIA

LA DISSUADE DALL'APPLICARSI AI FILOSOFICI STUDI.

Lascia una volta , o Doride,
Le gravi cure e i studi,
Su cui si intenta ed avida
E ti affatichi e sudi.

Perchè passar la tenera
Giovin età che fugge,
In frenesia si strania,
Che ti consuma e strugge?

Che importa a te se Venere Del Sol traversa il disco,

Se noto fu il fenomeno,

O quei che smunti e pallidi O ignoto al tempo prisco?

Tuttora han per costume
O qual furor di apprendere

Di trarre intere e vigili
La causa che colora

Le notti al tardo lume. Di ascension si lucida

Tu non déi leggi e regole La boreale aurora?

D'alto saper proporre,
Se allor chiaro riverbero

Nè al gran savio dell’Anglia L'aere dal Sol riceve,

Nuovi sistemi opporre; O se nel di, qual fosforo,

Nè mai vedrà te femmina De'rai solar s'imbeve ?

La gioventù toscana
O se dal cerchio torrido

Su le famose cattedre
Spinta l'eterea luce

Spiegar dottrina arcana. Intorno al pigro e frigido

Atti più dolci e facili
Polo si aduna e luce!

E assai più molle cura,
Qual nodo impercettibile

O gentil Dori amabile,
Alla corporea salma

Ti destino Natura. Con armonia mirabile

La lingua al canto sciogliere, Insiem congiunge l'alma ?

Doride inia, tu devi,
Come irritati i muscoli

E il piè danzando muovere
Scuotansi pronti al moto,

Con passi giusti e lievi; E come sia de' tendini

O dal sonoro cembalo O nullo il senso o ignoto ?

Or lieta trarre, or grave Come ogni lieve e minima

Con dotta mano e rapida Sensazion de nervi

Bell'armonia soave; Pronia si porti all'anima,

Ovver leggiadri esprimere Nè molo in quei si osservi?

In gallica favella Tu fai restarmi attonito,

Sensi che più convengano Vezzosa Dori mia,

A giovin donna e bella. E non poss'io comprendere

Fia tuo piacer deglitali Come possibil sia

Vati che il mondo onora, Che cosi bella e giovine,

Ornar la mente e pascere Ogni piacer tu lasci,

Coi dolci carmi ancora. E ognor di filosofici

Degna pur sia di laude Gravi pensier ti pasci.

Ninfa gentil, se apprende Chè ogni qualvolta , o Doride,

De' tempi in su le storie A farti omaggio io venni,

Gli eventi e le vicende : Te su i quadrati e i circoli

Se di tai pregi , o Doride, Fissa talor rinvenni;

Ti appagherai soltanto, L'occhio talor di limpido

Avrai distinto e celebre Cristal convesso eletto

Fra chiare donne il vanto. Armar ti vidi, e scernere

Ma di te indegne credere Alcun minuto insetto;

L'arti non déi del sesso; Talor di corpi elettrici

Chè arle a natura aggiugnere L'attrazion cercavi,

Talora è a voi

permesso. O l'oscillar de' pendoli

Come più al volto addicesi Col discender de' gravi.

Orna e disponi il crine, Lascia una volta , o Doride,

E gentilmente adattati Lascia si strano impegno,

Le fogge pellegrine; Che il gaio umor t’intorbida,

Chè ingrata al Ciel benefico E stanca il molle ingegno.

Donna con fier dispregio, In su le carte assidui

Né oscurar dee, nè ascondere Sudino al caldo , al gelo

Di sua bellezza il pregio. Color, che il mento coprono

Cosi su i cor, su gli animi, D'ispido e folto pelo;

Doride mia vezzosa,

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