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CESIRA.

CESIRA.

ARIR TODEMO.

CESIRA.

ARISTODEMO.

ARISTODEMO.

CESIRA.

Credi al mio detto : ell’è feroce assai Per pietå... (Non mi bada : e che va mai Quando è oltraggiata. Impunemente il Sotto il manto cercando? Io non ho fibra

Che non mi tremi.) Non si porta di padre; e presto o tardi,

ARISTODEMO. Chi ne manca al dover, si pente e piange.

(Troveronne un altro.

Qualunque sia , mi servirå.)
E tu piangesti. Or egli è tempo al fine
D'asciugarsi le ciglia, e dagli avversi

Deh! ferma;
Numi implorar del tuo pentire il frutto. Férmati; non partir. Prostrata ai piedi
Fa coraggio, signor. Colpa non havvi Te ne scongiuro. Ascoltami : deponi
Ch'espiabil non sia. Quell'ombra irata L'orribile disegno.
Placar procura con divoli incensi,
Con vittime più scelte.

E qual disegno
ARISTODEMO.

Figurando ti vai?
...Ebben... farollo...
La vittima è già pronta.

Deh! mi risparmia
CESIRA.

L'orror di proferirlo. Io già lo veggo,
Alla sant opra

E gelo di terror.
Esser teco voglio.

Nulla di tristo
No, non curarti Non paventar per mc. Ti rassicuri
D'esserne spettatrice; io tel consiglio. Questo sorriso.

CESIRA.
Voglio anzi io stessa coronar di fiori

Quel sorriso é fiero (so. La vittima , e far preghi onde si cambi Più che non credi, e mi spaventa anch'esIl tuo destin.

No, non sono innocenti i tuoi pensieri : ARISTODEMO.

Deh , cangiali, signor, non mi fuggire Si cangerà, lo spero, Guardami , io son che prego... (Oh Dio! Si cangerà.

non m'ode.

Insensato divenne... Ah son perduta !) Non dubitarne. I mali

Férmati, senti; io vo' seguirti. Han lor confine. La pietà del cielo

(Aristodemo con atto minaccioso le Tarda sovente, ma giammai non manca.

impone di non seguirlo, e parte.) A te poi meno mancherà, che tutta

Ahi lassa! Col pentimento tuo... (Più non m'ascolta, E fitli ha gli occhi nel terren, nè batte

SCENA III. Neppur palpebra, e simulacro sembra.

CESIRA, indi GONIPPO Che pensa mai?)

ARISTODEMO.

(Non più : questa è la via : Cosi mel vieta! M'atterri quel cenno (po, Un istante, e si dorme...) Ho già deciso. E quello sguardo. Ah, lode al ciel, Gonip

Egli è un Dio che ti manda. Aristodemo Hai già deciso? E che ?... Parla.

È fuor di sentimento. Ah corri; vola :
ARISTODEMO.

Salvalo dal furor che lo trasporta.
Null'altro

(Gonippo siegue Aristodemo.) Che la mia pace.

SCENA IV.
CESIRA.
E si turbato il dici?

CESIRA.
ARISTODEMO.
No; son tranquillo : non lo vedi? Io sono Assistetelo, o Numi. Oh qual d'assetti
Pienamente tranquillo.

Terribile tumulto! Io non intendo

Più dove sono. A lagrimar mi spinge

Ah, questa calma Non so qual forza, e lagrimar non posso, Più mi spaventa che il furor di prima ! E nel fondo dell'anima una voce

CESIRA.

CESIRA.

CESIRA.

CESTRA.

EUMEO.

EUMEO.

EUMEO.

Romor mi desta , nè so dir che esprima,
Nė che sperar nė che temer. Sediamo. Se viva l'infelice, e dove e come,
Son cosi oppressa, che mi manca il piede. Affermar nol saprei. Ma se il nemico

Alla mia vita perdono, ben credo
SCENA V.

Risparmiato avrà quella anche d'Argía,

Massimamente se sapea di quanto EUMEO, e DETTA in disparte.

E di qual prezzo ell'era.

CESIRA. Eccoti, Euméo, dentro Messene. Oh come

E tu da morte Qui da Sparta arrivai spossato e stanco! Come campasti poi? Come ritorni? Ma pure al fine v’arrivai. Pietosi Dei, vi ringrazio che me tolto avete In cupa torre io fui rinchiuso, ed essi , Al servaggio di Sparta , e rotti i ceppi Lo sann' essi quei barbari a qual fine Che tutta quasi estenuár mia vita. Si grave mi lasciår misera vita. Quanto or m'è dolce libertà ! Riveggo Ogni lusinga, e fin la brama istessa La patria e queste sospirate mura, Di libertade, io già perduta avea, E di gioia confusa il cor mi balza; Tranne un vivo del cor moto segreto Sol di te duolmi, Aristodemo; io vengo Che sempre rammentar mi fea le care Nuovo pianto a recarti. Euméo vedrai, Patrie contrade e la beala sponda Ma non vedrai tua figlia. Il ciel non volle Del diletto Pamiso, e sulla trista Ch'io ti salvassi la tua cara Argia, Dolce memoria sospirar sovente. E dispose altrimenti. Or chi mi guida Quindi sperai che morte al fin pietosa Al cospetto real ? Nessun qui trovo Al mio lungo patir toito m'avría : Che mi conosca , e desolata intorno Quando repente del mio carcer vidi Tutta parmi la reggia. Inoltrerommi Spalancarsi le porte; e udii che pace Per questa parte.

Por termine dovea, tra Sparta e noi,

Agli odii antichi, alle guerriere offese; Chi s'avanza? Oh, scusa, E ch'un de' primi fra' Laconi intanto Buon vecchio. Che ricerchi ?

Di mie vicende istrutto, e de' miei mali

Fatto pieloso, libertà m'avea

Al re vorrei, Anzi tempo impetrata. A lui diressi [do Gentil donzella , favellar. Son tale Dunque tosto il mio passo, il primo essenCh'egli avrà caro di vedermi.

D'ogni dover riconoscenza. Un vecchio CESIRA.

Trovai d'aspetto venerando, ed era

Infausto Già vicino a morir. Mi surse incontro, Tempo scegliesti. Da gran doglia oppresso Dal letto sollevando il fianco infermo, Il re s'asconde ad ogni sguardo, e fora E m' abbraccio piangendo, e disse : Parlar con esso un' impossibil cosa.

Eumeo, Ma se il mio dimandar non è superbo, Non cercar la cagion che mi condusse Dimmi, chi sei?

A sciogliere i tuoi ceppi : a te fia nota EUMÈO.

Quando in Messene giungerai. Ricerca
S'unqua all'orecchio il nome Ivi tosto farai d'una donzella
D'Euméo ti giunse , io son quel desso. Che Cesira si noma.
CESIRA.

CESIRA.
Euméo ?

Oh ciel ! Cesira?
Possenti Numi? E a chi non noto Euméo ?
Chi non sa che t’avea spedito in Argo Appunto; e, Questo le darai, soggiunse;
Aristodemo per condurvi in salvo E trasse un foglio, e con tremante mano
La pargoletta Argia? Ma qui venuto Mel consegno.
Era romor che insiem colla fanciulla
In su la foce del Ladon t'avea

Deh, dimmi, io te ne prego Trucidato di Sparta una masnada. Dimmi il nome di lui. Ciò credette il re pure; e fin d'allora

EUMEO. Ei pianse e piange tuttavia la figlia.

Taltibio.

CESIRA.

EOMEO.

EUMEO.

CESIRA.

CESIRA.

EUMEO.

CESIRA.

LISANDRO.

EUMEO.

CESIRA.

EUMEO.

Fissa lo sguardo. Il riconosci?
Oh stelle!

LISANDRO.
Taltibio! Che di' mai? Taltibio!

Nuovo EUMEO.

Non parmi, no; ma non sovvienmi, o vecForse

[chio. T'era egli noto ?

E non rammenti del Ladón la foce,

La rapita fanciulla ?
Egli è mio padre; ed io
Quella Cesíra che cercar l'impose

(Or lo ravviso.
EUMEO.

[glio

Ma come vivo, e qui?)
Ebben ,... se tu sei quella ,... eccoli il fo-
Che Taltibio mi dié.

Mira; son io

Quello a cui l'involasti.
Porgi. - Cesira,

CESIRA.
Allorchè questa leggerai , già morte

E di chi parli? Avrà tronchi i miei di. Pria di morire Grande arcano ti svelo. A te mai padre

Parlo d'Argía. Costui fu quello appunto Stato non sono che ď' amor. Lisandro Può sol nomarti il genitor tuo vero.

Che me la tolse.

PALAMEDE. Ei lo conosce; e se l' occulta , è solo

Orsù , favella, amico,
Perchè l'odia in segreto e ti tradisce.
Addio. Dir oltre un giuramento vieta;

O tutto io stesso svelero.
Ma non mente Taltibio.- Ove son io?
Che lessi mai?

Rispondi,

Dimmi che fu dell'infelice?
EUMEO.
Comprendo adesso, o figlia

LISANDRO.
Perchè Taltibio nel morir sclamava :
Non avessi ingannata un'innocente! Il simular. Non più. Quella che cerchi
E il pianto gli cadea giù per la guancia.

E ch'io ti tolsi, la perduta Argía,

Tu, Cesíra, sei quella.
Ei lo conosce; e se l'occulta , è solo
Perchè l'odia in segreto e ti tradisce.

Ah lo previdi.
E mi tradisce! Ah scellerato ! In traccia
Di quest'empio si corra.

Come? Che disse ? Chi son io?

EUMEO.

È vano

CESIRA.

EUMEO.

CESIRA.

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PALAMEDE.

SCENA II.

Udii.

LISANDRO.

Partiam : si rechi altrove Il mio dispetto, il mio rossor.

ARGIA.

PALAMEDE.

Partiamo. Or vado volentier; che coll' amico No ho tradito l'onor mio, nè porto Meco il rimorso d'un silenzio ingiusto.

Oh, qual m'ingombra
Feral presentimento! Aristodemo!... [to,
Padre mio!... non rispondi : Ah tutto è mu-
E par che solo mi risponda l'eco
Di quella tomba. O santi numi! E s'egli
Si celasse là dentro? Ah sì, poc'anzi
Fe' pur lo stesso ; l' ha sedotto un nuovo
Vaneggiamento; senza dubbio. Entriamo,
Vediam... Ma se lo spettro ?... E che

degg'io
Aver tema di spettri, ove d'un padre
È in periglio la vita ? Entriam. Se tutto
Vi scontrassi l'Averno, io nol pavento.

(Entra nella tomba.)

ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.

GONIPPO, indi ARGIA.

SCENA III.

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ARISTODEMO. Ecco la tomba, ecco l'altar che deve Del mio sangue bagnarsi. Finalmente Questo ferro trovai. La punta é acuta. Dunque vibriam... Tu tremi ? Allor dovevi Tremar che di tua figlia il petto apristi, Genitor scellerato! Or non è giusto Di vacillar... Moriamo. Itene lungi Dalla mia fronte , abbominate insegne D'infamia e di delitto. E tu fuor esci, Esci adesso ch'è tempo, orrido spettro; Vieni a veder la tua vendetta , e drizza Tu stesso il colpo... Egli m'intese, ei corlo ne sento il romor, trema la tomba, [re, Eccolo... vieni pur : sangue chiedesti , E questo è sangue.

(Si ferisce.)

ARGIA.

SCENA IV.

Il vedesti?
GONIPPO.

Invan lo cerco.

ARGIA. Misera me!

GONIPPO.

Non ti turbar : tuo padre È senza ferro : io gli levai dal fianco Il pugnal che tenea.

ARGIA.

L'hai teco ?
GONIPPO.

Il vedi.

ARGIA. E se un altro re trova ? Oh Dio! torniamo A cercarlo per tutto.

GONIPPO.

E se frattanto Qui sopraggiunge?

ARGIA.

lo restero: va, corri, Non perdiamo i momenti.

ARGIA, GONIPPO, EUMEO e DETTO.

ARGIA.

Ah ferma... Ahi; che facesti? Qual furia ti sedusse ?

GONIPPO.

Accorri, Euméo, Reggilo da quel lato e qui lo posa.

ARISTODEMO. Lasciatemi , importuni. È tarda , è vana Ogni pietà; lasciatemi.

ARGIA.

Deh , frema Questo furor. Sappi... son io... Mi tronca

ARGIA.

ARISTODEMO.

EUMEO.

ARGIA.

EUMEO.

GONIPPO.

ARISTODEMO.

Il pianto le parole.
ARISTODEMO.

Oh cielo!
A che venisti,

M'ascolta, e vedi il mio pianto; perdona Malaccorta Cesíra ? Io mi moria,

Agl'insensati accenti. Oh padre mio, Senza vederti, più contento e pago. Non aggiunger delitti ai mali tuoi, Crudel, chi ti condusse P... E tu chi sei, Il maggior dei delitti, la bestemmia Pietoso vecchio, che mi piangi accanto, De' disperati. E nascondi la fronte? lo vo' vederti. Qual sembiante ?

Il solo bene è questo

Che mi rimase. Attenderò clemenza Ah, signor, scorgi, ravvisa In questo stato ? E chiederla poss'io, Il tuo fedele...

E saper se la bramo ?
ARISTODEMO.
Euméo ?

Oh dio! dilegua
Quest'orrendo timor: lo spirto accheta ,
Si: quello io sono, Alza al cielo le luci.
E la tua figlia...
ARISTODEMO.

Egli le abbassa,
Argía ?

E mormora fra' labbri, e si scolora.
EUMEO.

Che a me fidasti Ahi, dove mi traete? Ove son' io ?
E perduta credesti...

Qual oscuro deserto! Allontanate
ARISTODEMO.

Quelle pallide larve. E per chi sono
Ebben!

Quei roventi flagelli?
EUMEO.

ARGIA.
Già stassi

Il cor mi manca. Dinanzi agli occhi tuoi: guardala, è quella.

EUMEO.
ARISTODEMO.

Re sventurato!
Che? Cesira mia figlia?

GONIPPO.
ARGIA.

L'agonia di morte
Ah! caro padre,

Lo conduce al delirio. Aristodemo... E che mi giova se ti perdo?

Mio signor,... miconosci? Io son Gonippo; ARISTODEMO.

Questa è tua figlia,

lo dunque Ti racquisto così ? Del ciel compita

Ebben, che vuol mia figlia? Or veggo la vendetta : ora di morte S'io la svenai, la piansi ancor. Non basta Sento lo strazio. Oh conoscenza ! oh figlia! Per vendicarla ? Oh, venga innanzi. Io stesUn atroce furor m'entra nel petto, Le parlerò... Miratela : le chiome [so Ed il momento a maledir mi sforza Sonirte spine, e voti ha gliocchi in fronte. Che ti conosco.

Chi glieli svelse ? E perchè manda il sangue

Dalle peste narici ? Oimė! Sul resto Dei pietosi , ah, voi Tirate un vel; copritela col lembo Rendetemi il mio padre, o qui con esso Del mio manto regal; mettete in brani Lasciatemi morir.

Quella corona del suo sangue tinta ,
ARISTODEMO.

E gli avanzi spargetene e la polve
Stolta ! qual speri Sui troni della terra; e dite ai regi,
Pieta dai Numi? Essi vi son , lo credo, Che mal si compra co' delitti il soglio,
E mel provano assai le mie sventure : E ch'io morii...
Ma son crudeli. A questo passo , o figlia,
La lor barbarie mi costrinse.

Qual morte! Egli spiró.

ARISTODEMO.

ARGIA.

GONTPPO.

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