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La fantasia, la qual mi spolpa, e snerba

Fingendo cosa onesta esser acerba.
Cosi m' incontra insieme ben , e male :

Che la ragion , che ' nello vero vuole , .
Di tal fin è contenta :
Ed è conversa in senso naturale,
Perchè ciascun affan , chi prova, duole :
E sempre non allenia :
E di qualunque prima mi rammenta ,
Mi frange lo giudizio mio molio :
Nė diverrà , mi credo , mai costante :
Ma pur, siccome amante,
Appellomi soggello al dolce volto ;

Nè mai lieto sarò, s'ei mi fia tollo.
Vattene, mia Canzon, ch' io te ne prego,

Fra le person , che volontier l'intenda ;
E si ti arresta di ragionar sego;
E di lor , ch' io nou vego ,
Nė lemo, che lo palegiar mi offenda :
lo porto nera vesia , è sollil beoda.

Dante da Majano (?)

IV.

Quando il consiglio degli augei si tenne ,

Di nicisilà convenne ,
Che ciascun comparisse a tal novella;
E la Cornacchia, maliziosa e fella,
Pensd mutar gonella

E da molti aliri augei accallò penne :
E adornossi, e nel consiglio venne ;

Ma poco si sostenne,
Perchè pareva sopra gli altri bella.
Alcun domandò l'altro : Chi è quella ?
Sicchè finalment' ella

Fu conosciuta. Or odi che n'avvenne.
Che tutti gli altri augei le fur d' intorno ;

Sicchè senza soggiorno
La pelar si, ch'ella rimase ignuda :
E l'un dicea : Or vcdi bella druda.
Dicea l'altro : Ella muda ;
E così la lasciaro in graude scorno.

Similmente addivien tutto giorno

D'uomo , che si fa adorno
Di sama o di virtù , ch' altrui dischiude :
Che spesse volte suda
Dell'altrui caldo, talchè poi agghiaccia;
Dunque beato chi per sè procaccia.

GIUDIZIO DI ALCUNI LETTERATI ATTORNO

LE RIME D' INCERTA AUTENTICITA'

Il chiarissimo Perticari, degno estimatore del nostro Poeta sommo , coosiglia in una lellera a Luigi Caranenti esser necessario alla debita accuratezza di Edizioni delle rime di DANTE ,, un severo giudicio che sequestrasse le cerle dalle non cerle ; le leggiilime dalle adultere Ne' codici (egli continua) si leggono versi or col titolo di Dante , or con quello dell' Alighieri : onde pel nome sovente si baratta l'oro del Poeta divino col piombo di Danle du Maiano e pel cognome si cangiano le rime del padre con quelle de' Gigli e de' nipoti di lui : cioè di Piero Alighieri , o di Jacopo Alighieri, e di Dante Alighieri III: poeli infelici, i quali vennero al mondo per mostrare che la virtù de' maggiori , rado si travasa d'una in altra generazione. Ora i cercatori de' vecchi libri hanno spacciale per opera del nostro Poela tutte quelle che hanno trovate solto il sigillo or di quel nome , ora di quel cognome : nė hanno badato alla confusione della persona de' figli con quella del padre, e dello scomposto e pedestre Maianese coll'altissimo Fiorentino. Ecco ragione, per cui molti di que' versi che da Dante si vominano , sono trovati indegni di si gran nome. Qui è necessaria dunque la facelļa della crilica : che entri in questo buio, e lo squarci. È necessario che alcun maestro esamini bene i codici più solenni : e scelga quelle rime che sono segnate più dalla interna loro

che dal solo titolo esterao : e quelle conceda alla imitazione e al diletto degl' Italiani , di quante rimangono si dovrebbe far poi un Appendice : siccome gli eruditi del 400 fecero delle cose dabbie de' Classici latini e

bellezza,

greci ,

Altenendomi al consiglio di quell' esimio restauratore dell' ilalica favella , mi fu ad esporre la ragione che m'ig

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dussero di togliere di dosso à DANTE le vesti altrui nella presente scelta delle rime incerte e spurie. La Canzone lo miro i crespi e li biondi capegli ,, trovasi impressa nel Co. dice Vaticano 4823 sotto nome d incerto autore. La descrizio. ne quasi anatomica delle corporali bellezze della donna ama, ta, lo stile ainpolloso ed affettato , sono qualità interne che non mi persuadono dell'autenticità di questo componimeu. toi Monti, nella Proposta dice , quesla Canzone ha tulla l'aria dello stilo di Fazio, e. cui realinente, yo rarissimo Codice, posseduto dal Perticari, la restiluisce. ,,

wi La seconda Canzone del nostro. Appendice di cui lo stile robusto è affatto dantesco , viene attribuita a Cino dal Pelli e dal Professore Ciampi ; il Codice Vaticano 4823 l'assegna a Guido Guinicelli (Vedi Valeriano, Pocli del primo secolo Fir. 1816 I. p. 86). In prova di ciò si pus irebbe citare la parola , sluta , della, quarta stanza di questa Canzone.

La Canzone Perché nel tempo rio ,, comincia con un ettasillabo , mentre DANTE stesso argomenta nel vulgare Eloquio (II. 12)

» Sicut quaedam stantia est ung heptasy labo conformata , sic duobus, tribus, quatuor , quinque videtur posse contexi, dummodo in tragieo vincat hendecasyllabum et principiet. Verumtamen quosdam ab heplasyllabo tragice principiasse invenimus , videlicut Guidonem de Ghisileriis e Fabritium, Bononienses et quosdam alios. Sed si ad eorum sensum intrare velimus pom sine quodam Elegiae umbraculo haec tragoedia procedere videbitur.,,

Il Pelli ed il Ciampi la restituiscono a Cine, ravvisando in essa più lo stile del Pistoiese che quello di DANTE.

La terza del nostro appendice rassomiglia nella scel, la delle dizioni ed nello stile laconico a' componimenti danteschi, però certe storpialure come i vocaboli ineggiola vego, sego, conserba , pelegiar, asciso, frale person ece. non si permise mai quel grand' uomo, il quale ne' suoi Sonetti, e nelle sue Canzoni è stato oltre misura , più che nella sua Commedia ( osserva il Quadrio L. II. c. II.) amante della purità, e della pulizia. Per le quali cose altre molle, onde odora di DANTE da Maiano , io di questo porto opinione, che più tosto parlo ella sia , che di quel maraviglioso Poeta , a cui polè facilmente essere ascritto per cagion del nome.

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La prolissa garrulità della Canzone, Dacche ti pia ce, Amore, ch' io ritorni ,, sostiene l' opinione del Pelli e del Ciampi che l'assegnano a Cino.

La Canzone . L' uom. che conosce , è degno, ch'aggia ardire trovasi restituita a Cino tanto da' sopralodali letterati , quanto dal Codice XC. Inf. 37 della Laureoziana.

Il Valeriani, e i tre Codici Laurenziani (Plut. XLI. cod. 34 e XC. Inf. 37) attribuiscono la Cauzone Jo non pensava , che lo cor giamai ,, a Guido Cavalcanti.

La terza Stanza della Canzone, Oime, lasso quelle trecce bionde allude al paese montagoosola Sambucca ove mori Selvaggia', amaule di Cino. Il Trešsino ay verditisce », il contesto , e lo stile medesimo persuadono , che questa Canzone sia veramente di Cino, lo stesso confer. ma l'Abate Sebastiano Ciampi nelle Note ed Illustrazioni alle poesie di Messer Cino da Pistoia. Il Sunetto Qual che voi siate, amico

attribuisce il Valeriant a Tommaso Buzzola du Faenza le sconcie parole; moco, paraggio etc. conferuano pure troppo questa opinione ; 'istesso Aatore restituisce un altro ,, Non conoscendo, amico, vostro manil ' a Mino del Pavešajo d' Arezzo; e quello , Sarele giudicar vostra ragione ,, a Rustico Barbuto, T. Il Sonetto

Chi udisse tossir la mal fatala ,, non è degno esser aliruito a DANTE, egualmente quello 1, Bioci novel fgliuol di non so cui un altro, Quando il consiglio degli augei si lenne , appartiene forse a Ugolino Ubaldini (Vedi Perticari A pol. di DANTE pág. 262.) Il contesto dagli Epigrammi che assegnayansi à ĎANTE da argomento di dubbio sulla loro autenticità...! ! La miglior misura onde ben distinguere fra le poesie di DANTE le autentiche dalle sparie , sarà sempre la ri. cordanza dei versi del Cantor di Beatrice:

lo mi son un, ehe, quando Amore spira , noto, e a quel modo Che detta dentro, vo significando.

Liso Pur. XXIV. 52.

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NIHIL OBSTAT

J. B. Rosani Schol. Piar. Censor Philolog.

IMPRIMATUR

Fr. Dominicus Buttaoni Sac. Pal. Ap. Mag.

IMPRIMATUR

Joseph. Canali Archiep. Coloss. Vicesg.

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