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e cominciò a pronosticarsi una vita delle più lunghe. L'effi. cienza malefica della natura cominciò a parergli, se non al tutto placata, almeno in parte assopita; e questo concetto, o vero o falso, l' avrebbe forse sostenuto ancora qualche tempo in vita, s' egli non si fosse presupposto, in un modo al tutto inopinato ed insanabile, che la pestilenza colerica (ampliatasi allora in tutto l'Occidente) era fatalmente deputata o a rinnasprirla di nuovo o a ridestarla.

Era l' agosto del 36, quando, al primo ed ancora lontano annunzio del morbo, desiderò di ridursi nel suo casinuccio all'aperto della campagna, donde non consentì di tornare a Capodimonte se non nel febbraio del 37. Quivi moltiplicarono i sintomi dell'idropisia, come alla più aperta campagna erano moltiplicati i sintomi dell'etica. E parte la pestilenza, che nel verno parve dileguata del tutto, risorta assai più fiera e spaventevole nella primavera, rinnovò nell' egra fantasia i terrori d'un modo di morte incognito ed abbominoso, già sventuratamente innestatigli dal celebre poeta tedesco, Platen, che i medesimi terrori avevano ucciso (assai prima che il morbo vi giungesse) in Siracusa. Tutti i consigli dei più gravi ed esperimentati medici della città, fra i quali l' aureo Mannella e il Postiglione, tutti i più vigorosi ed estremi partiti della scienza, furono indarno. E il mercoledì 14 di giugno, alle ore cinque dopo il mezzodì, mentre una carrozza l'attendeva, per ricondurlo (ultima e disperata prova) al suo casino, ed egli divisava future gite e future veglie campestri, le acque, che già da gran tempo tenevano le vie del cuore, abbondarono micidialmente nel sacco che lo ravvolge, ed oppressa la vita alla sua prima origine, quel grande uomo rendette sorridendo il nobilissimo spirito fra le braccia di un suo amico che lo amò e lo pianse senza fine.

Così contemplò l' universo, così visse e così morì Giacomo Leopardi, uno dei più grandi scrittori, e (se avesse sortito il nascere altrove) uno dei più grandi uomini che sieno surti in questi ultimi tempi, non solo in Italia, ma in Europa. Grande per maraviglioso e quasi sovrumano ingegno, grande per isterminati e quasi incredibili studi e per prose e poesie altissime ed inimitabili, fu grandissimo e facilmente unico per la modestia e l'innocenza de' suoi costumi. Quest'uomo degno per tutte le parti di un secolo migliore, si portò intatto nel sepolcro il fiore della sua verginità; e, per questo medesimo, amò due volte (benchè senza speranza) come mai nessun uomo aveva amato sulla terra. Giusto, umano, liberale, magnanimo e lealissimo, s'immaginò da principio che gli uomini fossero in tutto buoni. Tradito e disingannato del soverchio che ne aveva sperato, concluse da ultimo ch' erano in tutto cattivi. E solo la prematura morte l'impedì di giungere a quella terza e riposata disposizione d'animo per la quale avrebbe estimati gli uomini, quel che veramente sono, nè in tutto buoni nè in tutto cattivi. Gli estremi stessi, nell'apparenza inesplicabili, ai quali trasandava nel suo vivere pratico e cotidiano, come l' usar troppo o troppo poco il cibo, la luce, l'aria, il moto, la conversazione degli uomini e somiglianti, erano, nell' esistenza, il più vivo è vero testimonio dell'innata ed angelica bontà dell' animo suo; perchè tentava, per le più opposte vie, la nemica natura, se mai avesse potuto impetrarne l'adito nella grande armonia e nell'universale amore di tutto il creato, onde il tremendo prestigio del suo immenso dolore gli aveva dato a credere d' essere stato fatalmente escluso. Che se nè quel dolore nè quel prestigio fu sanabile, ne maraviglino solo coloro che, nel giudicare i grandi uomini, non guardano nè ai tempi nè ai luoghi nè alle complessioni, e non sanno presupporre quel che sarebbero stati o Alessandro o Cesare o Napoleone, se fossero nati nelle condizioni del Leopardi.

Questi fu di statura mediocre, chinata ed esile, di colore bianco che volge al pallido, di testa grossa, di fronte quadra e larga, d' occhi cilestri e languidi, di naso proffilato, di lineamenti delicatissimi, di pronunziazione modesta e alquanto fioca, e d' un sorriso ineffabile e quasi celeste.

Il suo cadavere, salvato, come per miracolo, dalla pubblica e indistinta sepoltura dove la dura legge della stagione condannava, o appestati o non, i grandissimi e i piccolissimi, fu seppellito nella chiesetta suburbana di San Vitale su la via di Pozzuoli, nel cui vestibolo una pietra ne fa modesto e pietoso ricordo al passeggiero.

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I.

ALL' ITALIA.

O patria mia, vedo le mura e gli archi E le colonne e i simulacri e l'erme Torri degli avi nostri, Ma la gloria non vedo, Non vedo il lauro e il ferro ond' eran carchi I nostri padri antichi. Or fatta inerme, Nuda la fronte e nudo il petto mostri. Oimè quante ferite, Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio, Formosissima donna! lo chiedo al cielo E al mondo: dite, dite; Chi la ridusse a tale ? É questo è peggio, Che di catene ha carche ambe le braccia; Sì che sparte le chiome e senza velo Siede in terra negletta e sconsolata , Nascondendo la faccia Tra le ginocchia, e piange. Piangi, chè ben hai donde, Italia mia, Le genti a vincer nata E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, Mai non potrebbe il pianto Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno; Chè fosti donna, or sei povera ancella. Chi di te parla o scrive, Che, rimembrando il tuo passato vanto, Non dica: già fu grande, or non è quella ? Perchè, perchè? dov'è la forza antica, Dove larmi e il valore e la constanza? Chi ti discinse il brando? Chi ti tradì? qual arte o qual fatica

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