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Morte, deserto avviva. A te, conceda
Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
La favella che il petto oggi ti scalda,
Di poesia canuto amante. Io tutti
Della prima stagione i dolci inganni
Mancar già sento, e dileguar dagli occhi
Le dilettose immagini, che tanto
Amai, che sempre infino all' ora estrema
Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddo
Questo petto sarà, nè degli aprichi
Campi il sereno e solitario riso,
Nè degli augelli mattutini il canto
Di primavera, nè per colli e piagge
Sotto limpido ciel tacita luna
Commoverammi il cor; quando mi fia
Ogni beltate o di natura o d'arte,
Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
Del mio solo conforto allor mendico,
Altri studi men dolci, in ch' io riponga
L' ingrato avanzo della ferrea vita,
Eleggerò. L'acerbo vero, i ciechi
Destini investigar delle mortali
E dell' eterne cose; a che prodotta ,
A che d'affanni e di miserie carca
L'umana stirpe; a quale ultimo intento
Lei spinga il fato e la natura; a cui
Tanto nostro dolor diletti o giovi;
Con quali ordini e leggi a che si volva
Questo arcano universo; il qual di lode
Colmano i saggi, io d' ammirar son pago.

In questo specolar gli ozi traendo
Verrò: chè conosciuto, ancor che tristo,
Ha suoi diletti il vero. E se del vero
Ragionando talor, fieno alle genti
0 mal grati i miei detti o non intesi,
Non mi dorrò, chè già del tutto il vago
Desio di gloria antico in me fia spento:
Vana Diva non pur, ma di fortuna
E del fato e d'amor, Diva più cieca.

LEOPARDI.

5

XX.
IL RISORGIMENTO.

Credei ch' al tutto fossero
In me, sul fior degli anni,
Mancati i dolci affanni
Della mia prima età:

I dolci affanni, i teneri
Moti del cor profondo,
Qualunque cosa al mondo
Grato il sentir ci fa.

Quante querele e lacrime
Sparsi nel novo stato;
Quando al mio cor gelato
Prima il dolor mancò!

Mancâr gli usati palpiti,
L'amor mi venne meno,
E irrigidito il seno
Di sospirar cesso!

Piansi spogliata, esanime
Fatta per me la vita;
La terra inaridita,
Chiusa in eterno gel;

Deserto il dì; la tacita
Notte più sola e bruna;
Spenta per me la luna ,
Spente le stelle in ciel.

Pur di quel pianto origine
Era l'antico affetto:
Nell' intimo del petto
Ancor viveva il cor.

Chiedea l' usate immagini
La stanca fantasia;
E la tristezza mia
Era dolore ancor.

Fra poco in me quell' ultimo
Dolore anco fu spento,
E di più far lamento
Valor non mi restò.

Giacqui : insensato, attonito,
Non dimandai conforto:
Quasi perduto e morto,
Il cor s abbandonò.

Qual fui! quanto dissimile
Da quel che tanto ardore,
Che sì beato errore
Nutrii nell' alma un dì!

La rondinella vigile,
Alle finestre intorno
Cantando al novo giorno,
Il cor non mi feri:

Non all'autunno pallido
In solitaria villa,
La vespertina squilla,
Il fuggitivo Sol.
Invan brillare il vespero
Vidi per muto calle,
Invan sonò la valle
Del flebile usignol.
E voi, pupille tenere,
Sguardi furtivi, erranti,
Voi de' gentili amanti
Primo, immortale amor,

Ed alla mano offertami
Candida ignuda mano,
Foste voi pure invano
Al duro mio sopor.

D'ogni dolcezza vedovo,
Tristo, ma non turbato,
Ma placido il mio stato,
Il volto era seren.

Desiderato il termine
Avrei del viver mio;
Ma spento era il desio
Nello spossato sen.

Qual dell'età decrepita
L'avanzo ignudo e vile,
Io conducea l'aprile
Degli anni miei così:

Così quegl' ineffabili
Giorni, o mio cor, traevi,
Che sì fugaci e brevi
Il cielo a noi sorti.
Chi dalla grave,

immemore
Quïete or mi ridesta?
Che virtù nova è questa,
Questa che sento in me?

Moti soavi, immagini,
Palpiti, error beato,
Per sempre a voi negato
Questo mio cor non è ?

Siete pur voi quell' unica
Luce de' giorni miei?
Gli affetti ch' io perdei
Nella novella età ?

Se al ciel: s'ai verdi margini,
Ovunque il guardo mira,
Tutto un dolor mi spira ,
Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivere
La piaggia, il bosco, il monte;
Parla al mio core il fonte,
Meco favella il mar.

Chi mi ridona il piangere
Dopo cotanto obblio?
E come al guardo mio
Cangiato il mondo appar?
Forse la speme,

o povero
Mio cor, ti volse un riso?
Ahi della speme il viso
Io non vedrò mai più.

Propri mi diede i palpiti Natura, e i dolci inganni. Sospiro in me gli affanni L'ingenita virtù;

Non l' annullâr : non vinsela
Il fato e la sventura;
Non con la vista impura
L' infausta verità.

Dalle mie vaghe immagini
So ben ch' ella discorda:
So che natura è sorda,
Che miserar non sa.

Che non del ben sollecita
Fu, ma dell'esser solo;
Purchè ci serbi al duolo,
Or d' altro a lei non cal.

So che pietà fra gli uomini
Il misero non trova;
Che lui, fuggendo, a prova
Schernisce ogni mortal.

Che ignora il tristo secolo
Gl’ ingegni e le virtudi;
Che manca ai degni studi
L' ignuda gloria ancor.

E voi, pupille tremule,
Voi, raggio sovrumano,
So che splendete invano,
Che in voi non brilla amor.

Nessuno ignoto ed intimo
Affetto in voi non brilla:
Non chiude una favilla
Quel bianco petto in sè.

Anzi ď' altrui le tenere
Cure suol porre in gioco;
E d'un celeste foco
Disprezzo è la mercè.

Pur sento in me rivivere
Gl'inganni aperti e noti;
E. de' suoi propri moti
Si maraviglia il sen.

Da te, mio cor, quest'ultimo Spirto, e l'ardor, natio, Ogni conforto mio Solo da te mi vien.

Mancano, il sento, all' anima Alta, gentile e pura, La sorte, la natura, Il mondo e la beltà.

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