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avendone desso trattato colla maggior diligenza e dottrina. Ciò che più importa, e che sarà di gradimento e soddisfazione al Lettore intorno alla conformità della Visione di Alberico colla Cantica del Poeta divino, egli è di vederne le prove coll'alternativo confronto dei due autori; e per questo eseguire non posso far meglio, che riportar per esteso quanto scrive il predetto ch. Padre Costanzo alla pag. 15 di quell' eccellente suo libro, che ho di sopra accennato. Egli è dunque del seguente tenore.

» Vengo ad indicarvi la conformità di moltissimi luoghi della Visione colla divina Commedia. A buon conto io veggo un pensiero medesimo fra il partito preso da Dante di farsi condurre da Virgilio per l'Inferno, e pel Purgatorio, e stabilirlo suo monitore per conoscere la qualità delle pene, e dei peccatori, con quello, che si legge di Alberico, il quale ebbe S. Pietro per compagno del suo viaggio, e per interprete delle cose che vedea: Beatus Petrus Apostolus, dice al cap. 2. ductor itineris mei, mearumque visionum ostentor, e come Dante Virgilio, così Alberico introduce

sempre S. Pietro a spiegargli la qualità delle pene e dei peccatori nell' Inferno, e nel Purgatorio; e siccome Alberico impiegò nove giorni nel suo viaggio, e' pare, che poco meno ne impiegasse Dante, il quale arrivato in Paradiso il giorno di Pasqua era già sette giorni che viaggiava. Alberico di se posto fuor di sentimenti racconta: Avis candida Columboe similis adveniens .... per comam capitis suo me ore apprehendens capit sublimem a terra ... tunc beatus Petrus , et duo Angeli me simul ducentes, loca pænarum, et Inferni ostendere cæperunt ... Non altrimente Dante immerso nel sonno fu tratto da terra da un'Aquila alle porte del Purgatorio.

Qual che

In sogno mi parea veder sospesa

Un'Aquila dal Ciel con penne d'oro....
Poi mi parea, che più rotata un poco

Terribil, come folgor, discendesse,

E me rapisse suso infino al foco. Scrive Alberico al cap. 7. Vidi lacum magnum plenum sanguine , ut mihi videbatur, et dixit mihi Apostolus quod non sanguis, sed ignis est ad cremandos homicidas, et odio sos, hanc tamen similitudinem propter sanguinis effusionem retinet. Nello stesso modo finge Dante, Inf. XII. 47. una riviera di

sangue, dove puniti sono i sanguinarj, ed i violenti. La riviera del sangue, in la qual bolle,

per

violenza in altrui noccia. Racconta Alberico (cap. 9.) Post hæc omnia ad loca tartarea, et os infernalis baratri deductus sum, qui similis videbatur puteo ; loca vero eadem horridis tenebris, stridoribus quoque, et nimis plena erant ejulatibus , juxta quem Infernum vermis erat infinitæ magnitudinis , ligatus maxima catena. Dante pure nell' Inf. XXXII. 16. vede un pozzo tenebroso,

Come noi fummo giù nel pozzo oscuro, ed a vista delle porte infernali sente le grida disperate delle perdute genti, Inf. III. 22.

Quivi sospiri, pianti, e alti guai

Risonavan per laer senza stelle,

Perch'io al cominciar ne lagrimai. Ed è notabile, che presso Alberico l'antico serpente è chiamato verme, come appunto con questo nome di verme chiamollo Dante più d'una volta, Inf. VI. 22., XXXIV. 108.

Quando ci scorse Cerbero il gran vermo....
Al pel del vermo reo, che'l mondo fora ,

b

cioè di Lucifero. Ha recato maraviglia a parecchi l' appellazione di verme usata da Dante per indicar il Diavolo, parendo quella denominazione troppo sproporzionata per sì gran bestia. Non dovremo tanto maravigliarcene, vedendo ora, che non fu il primo Dante, ma prima di lui il nome stesso di verme usò il nostro Alberico per designare il Diavolo, e sul suo esempio l'avrà apparato Dante, e da Dante l'Ariosto , G. XXXXVI. St. 78.

Che al gran verme infernal mette la briglia. Nel capo XV. della Visione dice Alberico, che staccatosi da lui S. Pietro per andar ad aprire ad un'anima le porte

del Paradiso: unus ex illis tartareis ministris horridus , hispidus, aspectuque procerus, festinus adveniens me impellere, et nocere conabatur. Cum ecce Apostolus velocius accurrens, meque subito arripiens etc. Accidente in tutto simile accadde al povero Dante più d'una volta, come al C. XXI., Inf. 100., dove racconta che veduto che l'ebbero i Diavoli,

Ei chinavan li rafi, e, vuoi ch'i'l tocchi,

Diceva l’un con l'altro , in sul groppone ?

** E rispondean: , fa, che liele accocchi. e con più esatta copia nel C. XXIII. 34. dicendo, che fu subito alferrato da Virgilio per sottrarlo dai Diavoli, come fatto avea S. Pietro con Alberico:

Già non compio di tal consiglio rendere,

Ch' ili vidi venir con lale tese

Non molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di subito mi prese,

Come la madre
Non

pare, che quì Dante abbia per se applicato fin anco le parole stesse di Alberico?

subito arripiens: di subito mi prese? Andiamo innanzi.

meque

Vide Alberico (cap. 16.) una sorta di dannati , a'quali pendevano dal collo: massæ ferreæ adeo gravissimæ, ut nunquam eis erigendi daretur facultas. Di quà deve aver preso Dante il tormento delle cappe, e de' cappucci di piombo, ond'erano aggravati gl' ipocriti a non poter erger

il

capo. Eccovi un altro testo della Vision d'Alberico parallelo ad una delle più belle finzioni di Dante: Vidi flumen magnum de Inferno procedere ardens, atque piceum , in cujus medio pons erat peccatores cum ad medium ejus venerint .... in eumdem (sic) flumen corruunt , rursumque assurgentes, ac denuo recidentes, tandiu ibidem cruciantur, donec in morem carnium excocti etc. Leggete il C. XXI. dell' Inferno, e vedrete, che'l Poeta non fa che svogliere, ingrandire, ed abbellire l'idea di Alberico. Vi è il lago di pece bollente; v'è il ponte , dal quale è precipitata l'anima di un peccatore; vi è l'andare or sopra, or sotto delle anime per entro a quella pegola; vi è infino la similitudine delle carni lesse: V. 7. Quale nell' Arzanà de' Veneziani

Bolle d'inverno la tenace pece ....
y. 16. Tal, non per fuoco, ma per divina arte ,

Bollia laggiuso una pegola spessa , ....
v. 29. E vidi dietro a noi un Diavol nero ....
v. 34. L'omero suo, ch'era acuto e superbo ,

Carcava un peccator con ambo l'anche,

Ed ei tenea de' piè ghermito il nerbo.
Del nostro ponte, disse: 0 Malebranche,

Ecco un degli Anzian di Santa Zita:

Mettetel sotto .... v. 43. Laggiù 'l buttò.

v. 46. Quel s'attuffò, e tornò su convolto... v. 55. Non altrimenti i cuochi a' lor vassalli

Fanno attuffare in mezzo la caldaja

La carne con gli uncin, perchè non galli. Ed alla fine del Canto in corrispondenza dell'espressione di Alberico de peccatori in modum carnium excocti , chiama i peccatori lessi dolenti. v. 135.

Un'altra somiglianza, che ferì molto la fantasia di Monsignor Bottari nella citata lettera è quella del cap. IV., dove così si esprime Alberico: Apostolus ostendit mihi vallem terribilem , in qua innumeros quasi congelatæ glaciei acervos conspexi gelu, et algore ut glacies, et ustionem quasi ignis miserorum animabus exhibet. Multos in eis vidi usque ad talos demergi; alios usque

ad

genila, vel femora, alios usque ad pectus , juxta peccati videlicet modum; alios vero, qui majoris criminis nota tenebantur , in ipsis summitatibus supersedere conspexi.

Questo tormento, che i peccatori soffrivano, stando sommersi più o meno, cominciando dai piedi sino al capo con una gradazione juxta peccati videlicet modum, è ricopiato appuntino dal C. XII. 73. dell' Inferno, dove dice che 'l sommergimento maggiore, o minore era in proporzion della colpa di ciascun peccatore :

D'intorno al fosso vanno a mille a mille,

Saettando quale anima si svelle

Del sangue più, che sua colpa sortille. poi a mano a mano:

V. 103. I vidi gente sotto infino al ciglio.... v. 115. Poco più oltre 'l Centauro s'affisse

Sopr’una gente, che’nfino alla gola

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