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Cesare non fu sin dal principio oggetto che di narrazioni prosastiche, molto più fedeli agli originali latini, e quando infine Jacot de Forest anche a lui pensò di consacrare un poema, si ristrinse a versificare pedissequamente una di quelle narrazioni, senza del resto riuscir troppo a guadagnarsi il favore del pubblico (1).

Questi fatti si possono, almeno in parte, spiegare colla natura dei testi classici, che dovevano prendersi a fondamento d'una storia di Cesare. Il caso senza dubbio, per quanto si voglia restringerne l'efficacia, sarà entrato anche qui per non poco, e avrà contribuito a che Cesare non avesse la fortuna di trovare sin dal principio chi s'accingesse alla laboriosa impresa di versificar la Farsaglia. Tuttavia non è forse improbabile che anche ad uomini del medio evo, benché così poco intelligenti dell'antichità e così poco capaci di distinguere nettamente la finzione dalla storia, il ciclo di Cesare dovesse apparire assai più intimamente storico che non tutti gli altri, e che l'esistere accanto alla Farsaglia i Commentari e Svetonio, racconti prosastici e ben inadatti, sopratutto quest'ultimo, ad esser ridotti in versi, li rendesse quasi inconsciamente restii a farne oggetto d'una trattazione poetica. Lo spirito stesso poi, così anticesareo, della Farsaglia, poteva allontanare da essa i troveri, desiderosi di volgersi a qualcosa che meglio si confacesse con le loro tendenze e che richiedesse, per essere adattato alle condizioni ed ai gusti del tempo, meno profonde mutazioni. Infine, anche allargandosi fuori del ristretto cerchio dei troveri, quando si pensi all'immenso favore di cui nel medio evo godettero, l'Encide da un lato, le favole del pseudo Callistene, di Darete e di Ditte dall'altro, non può far grande maraviglia che i romanzi d'Alessandro, di Troia e d'Enea precedessero quello di Cesare; giacché

(1) Non se ne conoscono che duo manoscritti, uno della Biblioteca Nazionale di Parigi, che ha il numero 1457, ed un altro indicato dal MEYER, nella Rommia, XV, 129, che appartiene alla biblioteca di Rouen e porta in essa la segnatura U. 12

Lucano, quantunque molto noto ancor esso, non raggiunse probabilmente mai la popolarità neppure di Stazio, non essendo come questi sostenuto da una pietosa leggenda, che narrasse la sua conversione al cristianesimo (1).

Veniamo dunque ad esaminare un po' da vicino queste storie di Cesare, per rilevare le caratteristiche di ciascuna di esse, e giungere così meglio preparati allo studio delle redazioni italiane. Noi non possiamo promettere di dir molte cose nuove: codeste composizioni furono già l'oggetto di speciali ricerche, e noi, che d'altra parte non abbiamo a nostra disposizione l'originale francese se non di una sola (2), dovremo contentarci ora di riassumere ora di completare e qua e là correggere i risultati ottenuti.

La più antica compilazione è nota sotto il titolo di Fait des Romains, ch'essa porta nel maggior numero dei manoscritti; doveva nell'intenzione dell'autore giungere fino a Domiziano, comprendendo così la storia di tutti i XII Cesari, ma rimase interrotta, non sappiamo perché, alla morte di Giulio (3). L'autore è ignoto: tuttavia parecchie allusioni, rilevate in essa dal Meyer, ed il fatto che si trova già adoperata nel Tesoro di Brunetto Latini, il compimento del quale non può essere posteriore al 1266, permettono di concludere con sicurezza, ch'egli dovette nascere verso il fine del sec. XII o sul principio del XIII. Se non altrettanto sicuro, è però molto verosimile ch'egli vivesse a Parigi e quivi mettesse insieme la sua laboriosa compilazione (4). Il titolo completo dell'opera è in molti manoscritti: Li fait des Romains, compilé ensemble de Saluste, de Suétone et de Lucain, dopo il quale se ne trova un secondo: Cis premiers livres est de Juille Cesar (1). Le fonti dell'A. sono realmente quelle da lui indicate: solo egli ne omise qualcuna, sopratutto i Commentari di Cesare, colle loro varie continuazioni, e la sua propria fantasia, riscaldata dalla lettura delle chansons de geste, che lo conduce a numerose alterazioni ed aggiunte di stile epico (2).

(1) Sulla conoscenza che aveva di Lucano il medio evo, vedi GRAF, op. cit., II. pp. 315-318, su quella che aveva di Stazio ibid., pp. 318-321 e Coxstans, op. cit., pp. 192 sgg.

(2) Cioè dell'Hystore de Julius Cesar di Jean de Tuim. Certo utilissimi ci furono pure i lunghi estratti del Gellrich nel libro che citeremo più innanzi, ma per lo scopo che ci proponiamo nell' Introduzione non potevano bastare. Piuttosto abbiamo adoperato per i Fait des Romains le traduzioni italiane, di cui quella contenuta nel Riccard. 2418 è, come si sa e come diromo, fedelissima.

(3) Romania, loc. cit., p. 23.

(4) Ibid., p. 23 sgg., cfr. p. 7. Sulla probabilità ch'egli fosse di Orleats, vedi qui la nota a p. 353.

Il prologo è una traduzione un po' libera dei primi capitoli della Catilinaria di Sallustio, e ad esso tengono dietro, a mo' d'introduzione, alcune brevi notizie intorno alle cariche e alle magistrature romane, questa fra le altre, che dopo il tentativo di Tarquinio di riacquistare il regno, i Romani elessero a capi della città tre dittatori, i quali duravano in carica cinque anni (3).

Così preparato il suo pubblico, l'autore comincia, traducendo Svetonio, a narrare della nascita e dei primi anni di Cesare; inserisce, traendolo da Sallustio, tutto il racconto della congiura di Catilina, fino alla morte di questo sul campo di battaglia; ritorna a Svetonio, per narrare il principio dell'amicizia fra Cesare e Pompeo, e infine, dopo un capitoletto attinto a Giuseppe Flavio, che riguarda la spedizione di Pompeo contro Tigrane e contro i Giudei (1), prende a descrivere le guerre e la conquista delle Gallie, segniendo molto da vicino i Commentari. Qui, dopo qualche altro passo tratto da Svetonio e qualche verso di Lucano, finisce la prima parte dell'opera, la quale, almeno nei manoscritti italiani, porta il titolo di Sallustio ed è divisa in due libri (5).

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(1) Romania, loc. cit., p. 2. Solo più di rado s'incontra, come litolo unico, le liere de César.

(2) Ibid., p. 9 sgg.

(3) Come si vede, essa é fondata sopra una falsa nozione di ciò che fosse il triumvirato di Cesare, Crasso e Pompeo.

(4) Romania, loc. cit., p. 7 e nota 4, dove si danno anche le rubriche di questa parte.

(5) Veramente solo al primo si addirebbe questo titolo. Vedi i Falli di Cesare editi dal BANCHI, dei quali in seguito ci occuperemo a lungo.

Studi di filologia romanza, IV.

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Veniamo quindi al Lucano, diviso come la Farsaglia in dieci libri, quantunque la materia del poema non si estenda che ai primi nove e solo ad una piccola parte del decimo. Nel primo libro il principio è dovuto a Svetonio; dell'ultimo la massima parte è attinta alle continuazioni de' Commentari, De bello alexandrino, De bello africano, De bello hispalensi, con numerose aggiunte dell'autore, infine di nuovo a Svetonio, che è tradotto quasi alla lettera, in tutto ciò ch' egli racconta dei costumi e della morte di Cesare.

La più ampia sorgente di variazioni fantastiche sono per il nostro autore le descrizioni di battaglie. I modelli che per esse offrivano gli antichi, oltre a non riuscire pienamente intelligibili, dovevano apparire insufficienti e scoloriti ad uomini assuefatti ai minuziosi ed interminabili racconti delle chansons de geste; quindi le curiose trasformazioni a cui si dovettero assoggettare nei poemi del ciclo classico. Per questa parte i Fait des Romains cedono ai poemi di ben poco; anche qui il racconto fu rammodernato e adattato ai gusti e alle conoscenze del tempo, costringendo dentro l'antica cornice tutta la serie lunghissima, quantunque così poco svariata, degli episodi epici medievali. Si vedano gli esempi, molto caratteristici, riportati in proposito dal Meyer (1): essi sono veri pezzi di chanson de geste, ai quali non manca che il verso, mentre non si può dire davvero che manchi la frase, epica anch'essa, e che l'autore attingeva con molta felicità dalla sorgente medesima (2).

(1) Romania, loc. cit., 9-10 e passim.

(2) In questo genere di variazioni entra anche la descrizioue del cavallo di Cesare, la quale tuttavia è tratta da Svetonio, solo caricandone un po' le tinte. Essa fu introdotta dal nostro anonimo nel racconto della battaglia di Durazzo, e poi ri. petuta più in breve, al suo proprio luogo, nel tradurre Svetonio (cfr. Fatli di Cesare, ediz. cit., pp. 180 e 276-77). Io riporto il primo passo dal cod. Riccardiano 2418. f. 340: « Ciesare sedeva sovra uno forte destriere di maravigliosa fazione, iiij. orechi ebe, nela fronte disopra avea una galla dura, altresì come uno corno, dond' elli fedira gli altri cavalli com'uno montone, si duramente, che elli li portava sovente a terra carallo e cavaliere insieme, a una inpinta. Il petto dinanzi (il cod. dinazi) aveva grosso e spesso, la groppa quadra e anpia, a una coda a due forconi, lunga infino a' talopi. Le ganbe avea forte e roide, i piedi anpi e l'unghie dure di buona guisa, che elli non vi conrevja niuno ferro, e di ciò jera grande maraviglia, e ciascuna un

Mutazioni più gravi, perché si riferiscono anche all'ordine del racconto ed alla sua parte sostanziale, si permise il nostro anonimo, giunto all'ultimo libro della Farsaglia. Essa, come tutti sanno, rimase interrotta nel bel mezzo della guerra alessandrina: il compilatore era quindi obbligato per proseguire a ricorrere ad altre fonti e a collegare, cosa non del tutto facile, ciò che in esse trovava col

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ghia era forcuta e divisa in cinque trancon (sic), sicome .v. dita, siché suoi piedi somigliavano piedi d' uomini. Niuno non avea unque veduto cavalo di quella forma. Elli aveva il pelo intra soro e nero, lungo e riciuto, come lana di Fiandra. Nicomedes re di Bittinia il donò & Ciesare, e ciò fu per molto grande amore nel tenpo di sua giovanezza; e fue trovato in un promontoire in una foresta ». Metto qni accanto il testo di Svetonio (ediz. Teubner, curata da Lodovico Roth), S 61: « Utebatur antem equo insigni, pedibus prope humanis et in modum digitorum ungulis fissis, quem natum apud se, cum haruspices imperium orbis terrae significare domino pronuntiassent, magna cura aluit nec patientem sessoris alterius primus ascendit; cuius etiam instar pro aede Veneris Genetricis postea dedicavit ». L'amplificazione del romanzo si fonda in buona parte sulle descrizioni di Bucefalo, cosi famoso nella leggenda d'Alessandro; vedi ad es. MEYER, La légende d'Alexandre etc., II, 119 sgą. – È notevole che gli imprestiti mutui fra il cavallo d'Alessandro e quello di Cesare sono forse ben anticbi, e che quindi Bucefalo non farebbe qui se non soddisfare ad un debito ch'esso aveva contratto da secoli col suo meno illustre congenere. Infatti non so se sia stato osservato da alcuno che la descrizione che il PSEUDO-CALLISTENE fa di Bucefalo ha con quella di Svetonio dei punti di contatto, specialmente questo, che non mi pare casuale, di essere entrambi presagio del dominio del mondo ai loro signori. Si confronti col passo che ho riportato di Svetonio, il Pseudo Callistene (edito da C. MūLLER, nella collezione Didot, 1846), p. 15, dove l'oracolo risponde a Filippo: - φιλιππε, εκείνος όλης της οικουμένης βασιλεύσει και δόματι πάντα υποτάξει όστις τον Βουκέφαλον αλλόμενος δια μέσης της πόλεως Otogeúset. Ed anche Bucefalo è impatiens sessoris alterius, che non sia Alessandro. Che questo tratto del resto appartenga al romanziere greco, pare lo dimostri il non trovarsene, ch'io sappia, traccia nessuna negli scrittori più antichi, che parlarono d'Alessandro e di Bucefalo: un'enumerazione di essi può vedersi in SAINTE-CROIX, Esamen critique des anciens historiens d'Alesandre le Grant, 2. ediz., Parigi, 1880, pp. 214 e 215, e si confronti FAVRE, Mélanges d'histoire littéraire, Ginevra, 1856, vol. II, p. 57 in nota. Del cavallo di Cesare poi, oltre a Svetonio, parlò anche PLINIO, VIII, 64, ricordandolo appunto accanto a Bucefalo: egli pure tocca della straordinaria conformazione de'suoi piedi (sul fondamento reale del qual tratto si può vedere una nota del CUVIER, nelle edizz. Lemerre o Pomba) ed accenna che non poté mai caFalcarlo se non Cesare ; non dice però nulla del presagio. Infine, per ciò che ri. guarda la cronologia, basterà osservare che il Pseudo-Callistene fa esplicita menzione del filosofo Favorino, contemporaneo di Svetonio: vedi ZACHER, Pseudo-Callisthenes, Forschungen zur Kritik u. Geschichte der ältesten Aufzeichnung der Alexandersage, Halle, 1867, p. 91 ed anche 102. Se sia probabile ch' egli si sia valso anche di scrittori latini, veggano altri.

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