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che non tutti sono di un gusto e che non tutti la pensano a un modo: Noi vorremmo però che le ragioni in contrario, fossero meglio espresse di quel che sono: forse allora potremmo ravvederci e provvedere all'error nostro. A. cagion d'esempio; un professore, fra gli altri, disse, con ridevole equivoco, che non si debbono pubblicare testi antichi, perchè le voci nuove o son vive nell' uso o son disusate. Ma che Iddio lo benedica costui! or che ragionare è egli cotesto? Se le voci sono nuove, come possono esser vive nell'uso? Iddio gli conceda le buone calendi e miglior logica, e noi andiamo innanzi per la via nostra, lasciando lui e altri cosi fatti gracchiare a loro talento.

А

FRANCESCO ZAMBRINI

PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE

DEI TESTI DI LINGUA NELL'EMILIA

GIOVANNI GALVANI

Quelli che dissero avere i libri il loro fato o la loro stella, proclamarono una gran verità. Ne vediamo infatti taluni, anche tra i testi di lingua, stampati e ristampati con crescente diligenza ed amore, e taluni altri, certo di non minore bontà, negletti e tuttavia desiderosi di una edizione critica. E se tra questi sono al fermo da annoverare il Diltamondo dell' Uberti e il Ristorato del Canigiani, riesce poco concepibile come vi si debbano inchiudere i Reggimenti delle Donne di Messer Francesco da Barberino. Ella sa, Ch. Sig. Commendatore, quanto sia lindo e piacevole questo Galateo donnesco, e come, riferendosi a tempi abbastanza remoti dagli attuali, unisca alle attrattive del verso e della lingua, quelle delle usanze e de' costumi del medio-evo, sempre piene di vivo interesse per noi italiani. Con tutto ciò questa cara operetta si tenne come perduta, sinchè il benemerito Sig. Guglielmo Manzi, pubblicandola in Roma nel 1815 da un Codice Vaticano, la fece finalmente conoscere agli amatori dell'antica ed onesta nostra letteratura.

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Quattordici anni dopo, cioè nel 1829, discorrendo io a lungo la Poetica de' Trovatori e confrontandola colla nostra, venutovi a parlare di quella forma, che essi dissero Insegnamento ed anche Conto, scriveva tra le altre cose anche le seguenti « Vedutisi perciò i Trovatori pia» ciuti allor che insegnavano, ebbero non pochi canti in» segnativi, siccome vedremo, e come è questo che ab» biamo ora per le mani, e se li ritennero e coltivarono » con molto frutto. Furono presso loro codesti Insegna» menti nella forma componimenti simili alla Epistole » vedute o Brevi che vogliam dire, rimati perciò a due » a due versi, rade volte a tre a tre, e più rade volte

con versi frammezzativi ordinatamente di più lunghe » misure. E, si dirigevano questi ad una damigella, ed ► erano una istruzione del ben reggersi convenevole a » stato di damigella, dello abbigliarsi, acconciarsi, acco

gliere, intertenere, rispondere, amare, servire alla Dama

o Signora, far corte, sciorre partiti, liberarsi da in» chieste, tener modo di onestà e cortesia. Erano ad un » damigello, ogni cosa per contrario si dirigeva a farlo » piacente alle dame, allegro nelle corti, sufficente alle

opportunità, ajutante ne' tornei, valoroso e ridottato in

battaglia. Si figurava dal poeta una caccia, un errare » suo per un bosco, un diportarsi per una città, e quivi » era incontrato da un giullare, che gli chiedeva del modo » dei diletti da usare, delle poesie e conti da appren► dere, del costume da mantenere; allora il trovatore lo » traeva in disparte presso una fontana sotto il coperto » di verdi foglie, e gli facea un lungo insegnamento dei » giuochi da sapersi, delle favole e romanzi da appren» dere per citare a convenienza, delle poesie migliori da

porsi nella memoria, delle altre allegrezze da corte e » da giullare, e lo mandava da sè più lieto e assennato; » e cosi va dicendo di molte simili maniere, come ve

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► dremo per gli esempi che qui recherò. Erano insomma > cotali insegnamenti (per usare di quel nome oggi mai

cosi di predicazione che per esso intendiamo la ragione ► dell'opera) erano dico altrettanti particolari Galatei,

altrettanti Trattati degli uffici civili. I quali, siccome ► pel bisogno a tutti comune non potevano agl' Italiani » passare non conosciuti, cosi fu che noi gli avemmo, e » ne compose di questi il Barberino i suoi Reggimenti » delle Donne; perchè se o più insegnamenti avessimo,

od anche l'opera italiana fosse venuta a noi più cor

retta, non sarebbe forse difficile a mostrarsi tolta presso » che tutta dai Provenzali ». E nel dir questo io ribadiva la sentenza sposta dall'Ubaldini nella vita del nostro Francesco, cioè che esso, volgendo l'animo alle rime volgari, diede opera agli scritti de' Provenzali, e dai medesimi il più bel fiore cogliendone, non tralasciò sorta di rima, in cui, secondo l'uso di quella favella, toscanamente non si esercitasse. Al che qui al presente si potrà aggiungere che se il da Barberino diede unità e corpo agli svariati e più brevi insegnamenti di Amadio di Esca , di Arnaldo di Marsano, di Pier Vidale, di Giraldo Riquiero, e di Calansone e di altri, tuttavia a tessere l'insieme della sua favola com' egli fece, e a dare al suo libro forma di poema, anzichè di trattato meramente didascalico, ebbe per avventura altri inviti.

Nato il nostro Francesco nel 1264, ossia un anno prima dell' Allighieri, dal 1309 al 1313, per bisogni della Chiesa Fiorentina stette in Provenza ed in Francia e cosi 4 anni e 3 mesi continui, passandoli ora ad Avignone dove Clemente V. avea tratta la S. Sede, ed ora presso Filippo il Bello Re di Francia e Luigi Utino suo figliuolo, de cui modi e costumi, scrive il citato Ubaldini, fu spettatore ed osservatore, mentre da lui si seguitò la vaga lor Corle per la Guascogna e per la Piccardia. Ora stando colà lungamente e frequentando que briosi cortigiani, dovette sentirvi spesso rammemorare l’amoroso Romanzo detto della Rosa. Cominciato questo da Guglielmo di Lorris, e seguitato più di 40 anni dappoi da Giovanni di Meun, levò esso nel secolo XIII. e più oltre troppo romore di sè per non esercitare sulle menti amanti del meraviglioso, e quindi sulle poesie tutte volgari, una decisa influenza.

Ovidio avea trattato l'arte di amare direi quasi in prosa e pedestremente appresso costoro. Non più contenti ai precetti ed agli abbellimenti risorgenti dalla materia, crearono essi una favola ove tutto divenne simbolico, e dove il lettore si trovò condotto per continui raggiri e per sempre successive finzioni, all'ambita conquista della Rosa. Guglielmo immagina d' essersi addormentato a vent'anni in un bel giorno di primavera, e di avervi avuto il più gradevole di tutti i sogni.

« Il lui sembla, dice l’Abbate Massieu nella sua » Istoria della Poesia Francese, qu'il se promenoit dans

un des plus beaux vergers du monde, près duquel » étoit un Jardin delicieux, où il apperçut une Rose » d'une beauté surprenante. Il conçut aussi-tôt le dessein » de s'en approcher, et de la cueillir. Mais il trouva de » grands obstacles dans l'exécution. Il fallu traverser des » fossez, escalader des murs, et forcer des châteaux.

Les principaux habitans de ces lieux enchantés sont ou » des Divinitez bienfaisantes, comme Amour, Bel-accueil,

Pitié, Franchise; ou des Divinitez malignes, comme » Faux-semblant, Danger, Male-bouche, Jalousie. Elles » paroissent les unes après les autres sur la scène, et » elles y parlent tour à tour. Tout est vivant et animé » dans cet ouvrage; tout y a une figure et une voix. » Les difficultés ne rebutent point l'Amant de la Rose,

qui enfin par une longue perseverance et par une fi

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