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Quale fu il peccato di Dante? O, per dir meglio, di qual peccato, o di quali, gli fa rimprovero Beatrice nella divina foresta? Egli stesso, in un dei primi gironi (Purg., XIII, 133-138), si dice reo di superbia e d' invidia; e immaginando che gli fu forza entrar nel fuoco che è nel settimo girone, e soffrirvi non altrimenti che le anime dei lussuriosi, mostra di aver peccato, ancora e più, di lussuria. Io dico più, perchè egli, ancor vivo, ancor tale che poteva, tornando in terra, meritare e rifarsi, soggiace alla sensibil pena delle anime per cui la prova è finita. Ogni altra pena, anche di colpa che sia in lui, si contenta di contemplarla negli altri: ma la pena della lussuria, ei la contempla negli altri e la sperimenta in se stesso. La quale invenzione, se è atta a mostrare che di lussuria egli peccò sopra tutto, non è ragionevole. Perchè i tre regni oltremondani sono, e debbono essere, a Dante (che tornerà a nuova vita terrena) visione, spet

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tacolo, ond' egli ritragga ammaestramento per sè e per gli altri, ed abbia, come dice Virgilio, esperienza piena (Inf., XXVIII, 48). Ei non deve soffrire nè godere perfettamente con le anime, già divise dal corpo e giudicate da Dio; ma rimirarne la pena, eterna o temporanea, e il premio eterno, finchè all'alta fantasia conceda lena e vigore Iddio. La pena di senso l'avrà, tornando nel purgatorio: ed egli stesso dice a Casella (Purg., II, 91-92):

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«<

per tornare altra volta

<< Là dove son, fo io questo viaggio.

Chè se, oltre a pena di animo, avesse pena di senso, a che pro, con qual ragione, tornare al mondo? Perchè, purificato in tutto, non rimanere in paradiso? Perchè impetrar da Beatrice, nell' Empireo, che la sua anima si disnodi dal corpo, piacente a lei?

In ogni modo, è fuor di dubbio che Dante si accusa (mentre è nel purgatorio) di lussuria, ben più che di altro peccato. Ma è pur di lussuria, e unicamente di questa, che lo accusa Beatrice, nel paradiso terrestre ? Per cagion di lussuria, Dante venne a rischio di morte. eterna, e bisognò, ad iscampario, la vista dei tre mondi di là? Che di lussuria (o di amori vani, disordinati) lo accusi Beatrice nel paradiso terrestre, consentono, se si tolga lo Scartazzini, gli studiosi tutti del gran poema; ma son discordi nel giudicare se ad altra colpa mirino ancora le parole di Dante, ed a quale. Perchè ad alcuno sembra che Beatrice alluda a colpe amorose o sensuali, solamente; ad altri (e sono i più autorevoli) sembra che, oltre a questa, Dante abbia severa riprensione di un fallo, di diversa natura. E il fallo fu che ei si diede con troppo ardore agli studi filosofici, amò con troppo zelo

la scienza umana per sè medesima, dimenticò che ella doveva essergli mezzo a glorificare Beatrice, non fine in cui si indugiasse (1). Ma che, trascurando la teologia, ei s'impigliasse in dubbi più o meno gravi intorno alla Fede, anzi a questa s'inimicasse, opina, o sembra opinare, perchè ha dubbic linguaggio (2), lo Scartazzini che niuna altra colpa riconosce in Dante; e a cosiffatta opinione si induce (come già il Witte) sopra tutto per questo, che di avversità alla teologia e di ribellione alla Fede, gli pare che parlino chiaramente i versi 85-90 del canto XXXIII del Pury. Nei quali versi, chi crede unica colpa in Dante l'amor dei beni mondani, in generale, vede, o ripetuta l'ac

(1) Così opinano, fra gli altri, il Bartoli (St. della Lett. it., 6', pag. 23), e il D'Ancona (Discorso su Beatrice, preposto alla ediz. della V. N; Pisa, 1884); differendo, però, nella interpretazione del canto XXX del Pury. Le differenze, non piccole, fanno si che il D'Ancona, che nel libro citato è acutissimo ed elegante espositore dei sentimenti di Dante, si tenga lontano dalle gravi contraddizioni in cui s'avvolge il Bartoli.

(2) Dico, sembra opinare, e chiamo dubbio il linguaggio dello Scartazzini, perchè costui, pure affermando nei suoi Prolegomeni che nulla è nelle opere di Dante che contraddica al dogma cattolico (pag. 224, e pag. 226), nelle recenti edizioni del suo commento riferisce la opinione del Gelli, di un progressivo sviarsi e cader nell'errore dell'intelletto di Dante, e non la riprova (3a ed., pag. 656, nota a vv. 100-145; e pag. 658, a v. 126). Ed oltre a questo, giudicando egli, l'aver seguitato Dante una scuola disforme da Beatrice (Purg. XXXIII, 85-90), non altrimenti che un essersi discostato dalla teologia, mettendosi per la via non vera di cui si parla nel canto XXX del Purgatorio; la qual via non vera, egli intende per un mal abito di speculazioni filosofiche; mostra di credere che Dante s' inimicasse alla teologia. E, d'altra parte, il peccato di Dante (quello, ond'è ripreso nella divina foresta), dice essere stato (Comm., 3a ediz., pag. 656) un darsi quasi esclusivamente alla scienza umana trascurando quasi del tutto la divina: che è cosa diversa dal dubitare, e può essere senza questo.

cusa di tal colpa (così il Barbi, Della pretesa incredulità di Dante, in Giornale storico della Lett. it., vol. XIII), o significata una comparazione fra la teologia e la filosofia (così il Poletto, il Ruth, ecc.): ed in questo ultimo modo opina anche alcuno tra quelli che dicon reo il poeta di uno zelo eccessivo, benchè non empio, della umana sapienza (v. Bartoli, St. della Lett. it., 6', pag. 24). Così, in cosa di gran momento, non si ha certezza di quel che abbia inteso il poeta; e cosa di gran momento è questa, di che Beatrice lo accusa, di che egli peccò massimamente, se non unicamente: onde sia necessarial una divina grazia per iscamparlo da morte. Ma qui convien riconoscere che la discordia delle opinioni (come, del resto, in non poche parti del gran poema) ha sua scusa nella mancante chiarezza del testo. Si vede, in fatti, Dante soffrir nel settimo girone pena di senso (non d'animo, come negli altri gironi), al modo stesso dei lussuriosi (c. XXVII): esser ripreso da Beatrice, nel paradiso terrestre, di un tal peccato di lussuria (XXX-XXXI): e in ultimo, ricever nuove rampogne per un fallo che sembra altro dal primo (XXXIII). E chi non voglia sforzar le parole e far distinzioni troppo sottili, non può trovar nelle prime accuse di Beatrice (XXX e XXXI) nulla che a questo secondo fallo si riferisca: onde l'ultima accusa riesce strana e improvvisa. Tanto più che, concludendo Beatrice il suo discorso agli angeli, nel canto XXX, dice (142-145) :

<< Alto fato di Dio sarebbe rotto,

<<< Se Letè si passasse, e tal vivanda

<< Fosse gustata senza alcuno scotto

<< Di pentimento, che lagrime spanda.

Con che dimostra di aver compreso nelle sue parole

le accuse tutte che eran da fare al poeta; ond'ella ap

presso (XXXI), sforzato Dante a confessarsi reo, ripete più particolarmente le cose già dette, e le illustra e spiega. Donde, dunque, e come, la nuova accusa? E quale è il vero, in tanta difficoltà della cosa, e disparità di giudizî? Io credo che nelle tre opinioni che ho distinto, ci sia errore di giudizio e di metodo. Perchè l' una di esse (quella del Poletto o del Barbi) dice meno del vero; l'altra (del Bartoli) chiama fallo quel che fallo non fu in Dante, e non è per se stesso; la terza (dello Scartazzini) è falsa in una parte, eccessiva nell'altra. Oltre a questo, nell'una delle tre opinioni (la prima), i versi 85-90 del c. XXXIII, importantissimi, son tralasciati, quasi di niun conto alla quistione, o son tirati a significare una medesima accusa che il canto XXX, quasi abbiano l'ufficio di rincalzare, o di ripetere, a un certo intervallo, cose già dette; nell' altra, si vuol vedere a un tempo, nel c. XXX, le due dissimili accuse, il che è contro la convenienza artistica e logica; nell'ultima, finalmente, i due canti XXX e XXXIII (in quella parte che contiene i rimproveri di Beatrice) son giudicati corrispondersi in modo, che nel XXX abbia a trovarsi l'accusa stessa, che è, o pare essere, evidentissima nel XXXIII. A confermar l'errore di questi falsi concetti, di questa strana maniera d'interpretazione, si aggiunga il credere che Beatrice, nel suo primo apparire (XXX), ragioni anche per allegoria, e sia insieme donna e simbolo (il che pare ai difensori della doppia accusa nel c. XXX); o che ella, in tutto il paradiso terrestre, si serbi donna (onde l'unica accusa, di sensuali colpe, in vario modo significata nei canti XXX e XXXIII); o che ella sia simbolo (onde l'unica accusa, di colpe intellettuali, nei due canti XXX e XXXIII). Le quali cose contraddicono apertamente alle parole di Dante; che, come poi dimostrerò, presenta Beatrice a guisa di

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